“Chi sono io per giudicare?” Rischi e sbagli di una pastorale

A partire dalle celeberrime affermazioni a ruota libera del Sommo Pontefice Francesco durante un viaggio aereo, sulle quali – ci sia concesso dirlo pur col dovuto rispetto – si possono nutrire legittimamente perplessità e divergenze non avendo affatto il carattere di insegnamento magisteriale, s’è diffuso, specie nel mondo di internet, un nuovo filone di teologia posticcia, quello del “Chi sono io per giudicare?”.

Tralasciando la strumentalizzazione malevola delle parole del Sommo Pontefice, pur non innocenti forse – si dicere fas est – di un’eccessiva ingenuità, questo atteggiamento permissivistico è stato rapidamente esteso al di fuori dell’ambito del dibattito relativo alla sodomia, coinvolgendo le varie direzioni libertine intraprese dalle numerosissime correnti modernistiche all’interno della nostra amata Santa Chiesa Cattolica. Anche tra i fedeli e lo stesso clero, infatti, sono stati molti coloro che han subito fatto propria la domanda retorica del Sommo Pontefice, facendone un ipse dixit con cui corroborare la loro difesa alle proprie più o meno gravi nefandezze, sia morali sia teologiche.

Il problema maggiore, come subito il mondo tradizionalista aveva intuito, sta nella radicale incompletezza teologica e nell’imprecisa generalizzazione dell’affermazione, dal momento che raggiunge un destinatario potenzialmente illimitato e, quindi, impreparato a interpretarla all’interno del Magistero. Data la quasi inesistente formazione dottrinaria dei più, la sospensione del giudizio è stata infatti intesa come un assoluto, dimenticando che, se certamente solo Dio giudicherà definitivamente ogni singola persona, resta come dovere – proprio specialmente dei vertici ecclesiastici – la condanna dell’errore e del peccato. Al contrario, persino il detto popolare per cui “si condanna il peccato, non il peccatore” diventa oggi fastidioso e superato: non si condanna più nessuno, perché ognuno può fare ciò che vuole. Capiamo quindi bene la rovinosa drammaticità insita nell’involontaria propaganda di questo “liberalismo” morale, per altro ben diffuso anche all’interno del mondo cattolico già prima dell’ascesa al Soglio dell’attuale Sommo Pontefice regnante.

Siamo insomma di fronte a un vero e proprio problema di pastorale, riconducibile senz’altro a quella mentalità permissiva e innovativa sviluppatasi nel Concilio Vaticano II e, soprattutto, a partire dalla sua modernistica ricezione. Ma, accostandomi a una questione tanto spinosa, preferisco lasciare la parola a un teologo di corroborata ortodossia cattolica, traendone quella rettitudine di visione che abita solamente nelle menti di chi obbedisce unicamente a Dio e quindi alla Verità:

Indubbiamente il Concilio non vuole negare la possibilità e la legittimità di riconoscere nel prossimo l’esistenza del peccato, ma si riferisce all’esclusivo potere che Dio ha di giudicare definitivamente il peccatore. È vero che riconoscere negli altri le loro colpe non è facile, per cui capita che non si riesca a capire se il male che hanno fatto è stato consapevole o inconsapevole, volontario o involontario, ma tra il fare questa osservazione di buon senso e lo scetticismo totale che sembra essersi insinuato dal testo conciliare ci corre molto, anzi ci corre troppo.

E anche qui purtroppo le conseguenze nella pastorale corrente sono state disastrose, con l’atteggiamento di certi pastori a lasciar correre tutto, col pretesto di una supposta buona fede di tutti, che in realtà non sempre corrisponde alla verità dei fatti. Salvo poi a mostrare un’ingiustificata severità con quei pochi tradizionalisti che hanno osato ricordare la secolare saggezza pastorale della Chiesa, ben consapevole della malizia del cuore umano, anche se sempre aperto alla possibilità del pentimento, al quale corrisponde l’offerta del perdono e della misericordia da parte della Chiesa.

(Giovanni Cavalcoli, Progresso nella continuità. La questione del Concilio Vaticano II e del post-concilio, p. 114)

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