L’azione di Satana offre ai giusti l’occasione per conformarsi a Cristo

Osservando la rovina dei nostri giorni e l’apparente affermazione di forze contrarie alla Santa Chiesa cattolica potremmo correre il rischio di essere colti dallo sconforto. In realtà, non solo dobbiamo sempre radicarci nella Fede e trarne conforto, fortezza e speranza, ma dobbiamo anche considerare la gravità dei tempi come una prova, come una possibilità per mettere in discussione noi stessi non solo nella credenza privata ma pure nelle parole e nei fatti, schierandoci quindi pubblicamente e limpidamente in favore della giusta parte della battaglia.

Capiremo allora come al di sotto dell’apparente insuccesso, del dolore, dell’odio del mondo ci può essere un piano di Dio. Bisogna trovare il coraggio per essere pienamente coerenti, per prendere sulle nostre deboli spalle – per quanto possibile nella nostra piccolezza – la Croce del Signore e confidare. Avremo così modo di comprendere a pieno il Sacrificio salvifico che ci ha reso liberi e, forse, riusciremo anche a essere liberi da ogni turbamento. Ciò che appare una sconfitta nel mondo sarà infatti una vittoria, la condanna del secolo sarà il nostro motivo di vanto, esattamente come le migliaia di martiri che ci hanno preceduto e, ancora oggi, quotidianamente testimoniano Cristo nella loro milizia.

Come può essere detto sconfitto un mondo che si accinge a tripudiare? Come è debellato un mondo che sta per schiacciare i discepoli di Cristo?

Ma appunto in questo tocca il suo culmine la vittoria del Signore: proprio l’azione di Satana e di tutti coloro che si lasciano ispirare da lui, infierendo sui credenti, offre involontariamente agli uomini la possibilità di conformarsi più compiutamente al Salvatore crocifisso e di farsi destinatari privilegiati della redenzione, anzi addirittura comprincipio in lui e con lui della rinnovazione dell’universo.

La Sposa di colui che nella storia appare come l’Agnello sgozzato (cfr. Ap 5, 12) e nella realtà definitiva è il Cavaliere vittorioso (cfr. Ap 19, 21), appunto nella sofferenza inflittale dal drago che la costringe in questo tempo all’esistenza tormentata della pellegrina fuggiasca (cfr. Ap 12, 6), possiede la ragione e la sorgente del suo splendore e della sua gioia senza fine (cfr. Ap 21, 2-4).

Qui trova il suo fondamento la teologia del martirio: una morte, che nella prospettiva mondana appare una sconfitta e una catastrofe, è in verità il successo più alto; l’umiliazione della condanna è il titolo alla corona più fulgida; la caduta sotto i colpi del male è la elevazione al vertice della gloria.

Essere uccisi «a causa della parola di Dio» (Ap 6, 9) vuol dire aver sgominato in modo totale e definitivo la tracotanza del demonio: «Essi lo hanno vinto / per mezzo del sangue dell’Agnello / e grazie alla testimonianza del loro martirio» (Ap 12, 11).

In forza dell’apparente vittoria di Satana la Chiesa si assimila sempre più al suo Signore, il vincente sconfitto del Golgota, e, rivivendo i misteri salvifici dell’avvilimento e della morte, sbaraglia l’antico Nemico e si fa partecipe del trionfo di Cristo.

(Giacomo Biffi, La bella, la bestia e il cavaliere, Per una sintesi di teologia inattuale, Il cavaliere, p. 111)

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