Il celibato come dedizione incondizionata a Cristo

In tempi così difficili come gli attuali, certi benpensanti sono arrivati ad attaccare il sacro principio del celibato del clero in nome delle novitates post-conciliari e dell’aggiornamento allo “spirito dei tempi”. Noi che ben conosciamo le falle di questi atteggiamenti non dobbiamo comunque chiuderci in un’altezzosa superiorità, ma testimoniare continuamente la perenne forza del Magistero cattolico, soprattutto all’interno di una società sempre più laicista e avversa ai misteri della Fede. Per riflettere sull’importanza del celibato dei consacrati propongo un bel passo di mons. Negri, rivolto qualche anno fa specificatamente ai seminaristi:

[…] il celibato, non tanto individuato come un obbligo di carattere canonico ed ecclesiastico che ci si assume di fronte alle comunità cristiane accettando la disciplina della Chiesa (quella latina) di scegliere i suoi presbiteri soltanto all’interno di coloro che hanno scelto di vivere la verginità per il Regno. Non è questo aspetto oggettivo comunionale e canonico, che coglie l’essenza della questione, ma l’aspetto profondamente personale e carismatico. Si può amare il Signore appartenendo a Cristo, identificarsi con la sua vita senza far propria quella incondizionata dedizione al Regno con cui Cristo è vissuto.

Lo zelo per la casa di Dio mi brucia: in questo senso c’è una doverosità del carisma della verginità, una competenza anche personale, spirituale, prima ancora che l’accettazione di ciò che l’autorità all’interno della Chiesa latina ha indicato in maniera tassativa per duemila anni. È il modo con cui hanno vissuto i primi con lui, il modo con cui, con una prevalenza lunghissima, qualitativa oltre che quantitativa, hanno vissuto anche lungo tutto il primo millennio coloro che hanno avuto per istituzione divina la guida della comunità cristiana.

Credo che dobbiamo riscoprire il carisma della verginità per poter vivere con piena responsabilità il dovere del celibato.

È una dedizione incondizionata a Cristo, come Cristo è stato incondizionatamente disponibile al Padre cioè vergine dei propri affetti, dei propri progetti o delle proprie sensibilità. Non nel senso della eliminazione forzosa, ma nel senso di funzionalizzare la nostra affettività alla grande affezione a Cristo e al suo regno nel mondo. Dentro questo carisma della verginità, come incondizionata adesione a Cristo, va vissuto anche il consiglio della povertà tante volte emerso nel magistero della Chiesa in quasi tutte le riforme della Chiesa e del clero.

La povertà anzitutto non come operazione sociologica, ma la povertà come non essere necessitati da nulla, non essere subordinati a nulla, non essere legati ai beni materiali ma servirsene con sobrietà e distacco in funzione della realizzazione piena della propria umanità nella sequela di Cristo e nella rappresentazione della sua funzione di sacerdote, re e profeta per la vita della comunità cristiana.

La povertà e la verginità sono due aspetti di quella libertà totale con cui abbiamo seguito il Signore e abbiamo accettato che il Signore siglasse questo nostro seguirlo facendoci una cosa sola con lui.

(Luigi Negri, Essere prete oggi, pp. 37-39)

 

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