L’interpretazione agostiniana del porgere l’altra guancia

Troppe volte i nemici della Fede ci brandiscono contro il manganello del mancato perdono, citando senza alcuna sincera comprensione teoligica passi estrapolati dal Vangelo. Uno degli esempi più famosi è quello del “porgere l’altra guancia”, propagandato – a torto – come estrema forma di pacifismo e impedimento di qualsiasi condanna dell’errore. Del porgere l’altra guancia, e in particolare del porgere la guancia sinistra se ci viene percossa la destra (fatto che, appresi casualmente nella mia lontana giovinezza, alcuni eruditi giudei contemporanei considerano come gesto di sfida), desidero fornire l’interpretazione agostiniana, profonda e totalizzante, che inserisce la mansuetudine in un’ottica trascendente. Per comodità di tutti, fornisco il brano nella versione italiana:

Del resto, se pesiamo bene le parole e ne consideriamo le proprietà, non si deve presentare la guancia destra se fu percossa la sinistra. Infatti il Vangelo dice: Se qualcuno ti avrà percosso la guancia destra, porgigli anche la sinistra [Mt. 5, 39]. Ora, quella che è più esposta alle percosse non è la destra, ma la sinistra, che è la più alla portata di chi percuote colla sua destra. Quindi ciò si suole intendere come se fosse detto: «Se qualcuno ti perseguita per rapirti i beni migliori, tu invece presentagli i beni inferiori, per paura che più portato a vendicarti che a sopportare, tu ai beni eterni non preferisca i beni temporali, mentre a questi si debbon preferire gli eterni come le cose di destra a quelle di sinistra». Così pensarono sempre i santi Martiri; poiché la vendetta come ultimo rimedio si può giustamente pretendere, quando non rimane altro mezzo di correzione, cioè nel supremo e sovrano giudizio. Ma ora bisogna guardarci bene che per il desiderio di vendetta non si perda – per non dire altro – la pazienza stessa, che deve tenersi in maggior conto di qualunque cosa nostra, che il nemico può rapirci anche a nostro dispetto. Difatti un altro Evangelista [Lc. 6, 29] riguardo al medesimo precetto non fece alcun cenno della destra, ma parlò solo dell’una e dell’altra guancia; perché lasciando che l’insegnamento si capisse più distintamente nell’altro, volle solo raccomandare la pazienza in se stessa. Perciò l’uomo giusto e pio dev’essere sempre disposto a sopportare pazientemente la cattiveria di quelli che cerca di far buoni; affinché aumenti il numero dei buoni, anziché, restituendo male per male, andare ad aumentare il numero dei cattivi.

Che infine questi precetti tendano più all’interiore disposizione del cuore che all’esecuzione dell’atto esteriore, in modo che la pazienza con la bontà si mantenga nel segreto dell’anima, e in pubblico non si faccia se non ciò che sembra possa giovare a chi dobbiamo voler bene, appare chiaro da ciò che lo stesso Gesù Cristo, esempio mirabile di pazienza, disse quando fu percosso in faccia: Se ho detto male, rimproverami; se ho detto bene, perché mi percuoti? [Gv. 18, 23] Perciò per niente affatto adempì il suo precetto, se vogliamo stare materialmente alle parole, con cui è espresso; infatti non presentò davvero l’altra guancia a chi lo percosse, anzi si oppose che aumentasse l’offesa chi gliel’aveva fatta; eppure era venuto disposto non solo a lasciarsi percuotere in viso, ma ad essere altresì crocifisso e ucciso per gli stessi suoi crocifissori, per i quali dall’alto della croce su cui era sospeso disse: Padre, perdona loro, chè non sanno quel che si fanno [Lc. 23, 34]. E neanche l’apostolo Paolo a prima vista adempì il comando del suo Signore e Maestro, perché anch’egli percosso in volto disse al principe dei sacerdoti: Ti percuoterà il Signore, o sepolcro imbiancato; tu stai a giudicare me secondo la Legge e mi fai percuotere contro la Legge! [At. 23, 3] E dicendogli i circostanti: Tu offendi il principe dei sacerdoti, ironicamente si scusò di quel che aveva detto, in modo che i ben sensati intendessero che la venuta di Cristo doveva ormai distruggere il muro imbiancato, cioè l’ipocrisia del Sacerdozio giudaico [cfr. Ef. 2, 14]. Difatti così rispose: Non sapevo, o fratelli, che’gli fosse il principe, poiché sta scritto: Non maledire il principe del tuo popolo [Ecl. 22, 28]. È indubitato invece che Paolo, essendo cresciuto in mezzo a quello stesso popolo ed ivi istruito nella Legge, non poteva non conoscere quel principe dei sacerdoti, né dare a intendere ciò agli altri che lo conoscevano.

(epist. 38 [138], 12-13; in Corona Patrum Salesiana. S. Aurelio Agostino, Lettere scelte, parte prima, versione e note di G. Rinaldi e L. Carrozzi, Società Editrice Internazionale, 1939, pp. 568-575)

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