Quando si combatteva la Massoneria: uno spaccato da tempi lontani

Cercando istruzione da antichi numeri della fu gloriosa rivista «La Civiltà Cattolica», mi sono imbattuto in una notarella di cronaca veramente curiosa. Si tratta di una condanna polemica e documentata degli intrighi orditi dalla Massoneria italiana e dal suo capo Nathan nel tentativo di proteggere un assassino, un caso celebre in quel 1903. Più del fatto in sé, ovviamente già grave di per sé, colpisce lo spaccato militante di quella Chiesa ardimentosa che si batteva quotidianamente per la verità (in quanto riflesso della suprema Verità), che aveva ben chiari i propri nemici e non esitava a sfidarli pubblicamente, che si preoccupava del male per evitare che le genti se ne contaminassero. Uno scenario, ahinoi, estremamente lontano da quelli mesti e scialbi a cui siamo di questi tempi abituati. Vi riporto allora questa notarella, sperando che diverta anche voi e possa testimoniare quella militanza attiva che va quanto prima recuperata per la salvezza della nostra Santa Chiesa Cattolica:

 

Il Gran Maestro della Massoneria, E. Nathan, ha rassegnato le sue dimissioni per conservare, dicono, la sua salute e occuparsi a pubblicare l’edizione completa delle opere di G. Mazzini. La cosa non merita per sé l’attenzione dei nostri lettori: ma molto invece la meritano i fatti che precedettero quelle dimissioni e sembrano aver persuaso ai messeri del «Grande Oriente» quel prudente tramonto. Sarebbe una delle poche volte che vengono alla luce gli occulti raggiri adoperati dalla camorra settaria per favorire i suoi adepti anche quando essi non sono altro che volgari malfattori.

Sono ormai quattordici mesi che Bologna è piena di orrore per l’atroce assassinio dell’infelice conte Bonmartini, tradito dalla moglie Linda Murri, ucciso proditoriamente dal fratello di lei, Tullio Murri, col favore di altri complici legati ai primi colpevoli con tresche vergognose di cui è meglio tacere. Notissimi i Murri e i loro vincoli colla setta, ed i sentimenti antireligiosi che professavano pubblicamente. Noi non riferiremo le strane peripezie che seguirono il delitto e quanto si lavorasse per deviare il corso della giustizia, infamando l’onesta vittima e salvando gli assassini. Prima però che il Tullio Murri si decidesse il 29 settembre a confessarsi reo dell’uccisione (rigettandone la colpa sopra una pretesa provocazione ingiuriosa del cognato), egli colla connivenza del padre e dello zio aveva tentata la fuga, ed a quella fuga il Gran Maestro della Massoneria, secondo i documenti registrati nel processo, aveva dato suggerimenti e fornito recapiti sicuri di favore. Due lettere sequestrò la giustizia: in una lo zio Riccardo scriveva al padre degli imputati il 9 sett., nel gergo delle loggie. «Da Riccione (E. Nathan) ci ha dato buon indirizzo del prof. D’Amaschinas che ha consultato teco poco fa. Egli è il capo del fondaco magazzeno (venerabile della loggia) in Atene: e consiglia un po’ migliore qualità della merce di Atene reputando avariata ed ammuffita, come solito, quella di Costantinopoli. – Il clima della America del Sud non sarebbe buonissimo per la salute di Marioletto? così sentii a Riccione: anzi unico buon clima». E più chiaramente il giorno dopo: «Il Nathan non crede sicura l’Europa, ma solo utile quell’indirizzo per quel professore di Atene. Anche l’Altobelli non conosce asilo fidato in Europa… Riccardo Murri

Ora è divertente ed istruttivo vedere nei documenti pubblicati in tutti i giornali, come il Gran Maestro (ignorando certamente il sequestro delle lettere precedenti), interrogato dal giudice istruttore a Roma il 28 novembre 1902 affermava con massonica franchezza: «Rammento che nei primi del settembre ultimo fui a Riccione ed escludo assolutamente che qualcuno mi abbia ivi o altrove interpellato circa un asilo sicuro per qualcuno degli imputati dell’assassino del conte Bommartini, e che io abbia suggerito Atene presso il professore D’Amaschinas.» Ma non persuaso il giudice di Bologna da tale assoluta esclusione, quattro giorni dopo mandava rogatoria al giudice di Roma perché richiamasse il Nathan e se persistesse nella reticenza lo diffidasse a termine di legge: ed allora il Gran Maestro, riflettendo meglio, ricordava perfettamente alcune circostanze che però secondo lui «non hanno alcuna importanza» cioè che dopo l’assassinio del conte Bommartini gli era stato veramente domandato se aveva conoscenza a Belgrado «nell’interesse del nipote dell’avv. Riccardo Murri… perché a Belgrado non vi era la estradizione» ed egli invece di Belgrado aveva veramente suggerito «che vi era Atene ove il prof. D’Amaschinas è molto amico degli italiani oppure Corfù o Lugano», credendo che il Murri fuggisse per «gravi imbarazzi finanziarii»: ma affacciatasi poi l’ipotesi, il sospetto, il dubbio che colui fosse invece compromesso nell’assassinio, dichiarò che «di fronte al dubbio nulla valeva aver a che fare in tale faccenda.» Questo dinanzi al giudice istruttore.

Intanto pel pubblico profano si continuarono le studiate negazioni come questa fatta stampare dal Nathan nella Sera, del 2 ottobre 1903. «L’avvocato Riccardo Murri non si è mai sognato di rivolgersi a me per confidarmi direttamente o indirettamente il delitto del suo nipote: io non feci arrivare alla famiglia Murri od a chicchessia raccomandazioni o commendatizie sotto qualsiasi forma per il Tullio Murri, né consigli per sottrarlo alla giustizia, e non sono mai andato dal giudice istruttore di Bologna. Tutto questo risulterà limpidamente dal processo.» Speriamolo per l’onore del Grande Oriente che certo non è riuscito troppo «limpido» da tutto questo viluppo di reticenze, di confessioni forzate, di smentite contraddittorie ed auguriamo che la salute e le occupazioni del sig. E. Nathan non gli impediscano di dissipare le ombre di questo massonico imbroglio.

(«La Civiltà Cattolica», a. 55, 1, 1904, Cronaca contemporanea, II. Cose italiane, 3., pp. 101-103)

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