La Missa per la Conversione di San Paolo

Il 25 Gennaio la Chiesa Cattolica celebra la Conversione dell’Apostolo Paolo, uno degli eventi sovrannaturali più importanti – dopo la Resurrezione di Nostro Signore – per le sorti della nostra umanità. Per meglio comprendere l’importanza di questa Festa, la sovrapposizione con la memoria della Traslazione di San Paolo e apprezzare al meglio le orazioni e le letture della Missa, celebriamola assieme al venerabile Card. Schuster.

Caravaggio, La conversione di San Paolo

La traslazione di San Paolo Apostolo

Questa commemorazione, che nel Martirologio Geronimiano porta il semplice titolo di «Romae translatio sancti Pauli», manca affatto negli antichi Sacramentari e Capitolari romani, e sembra che sia entrata nell’uso della corte papale soltanto verso il X secolo, in seguito all’influenza franca. Infatti, la messa «in conversione sancti Pauli apostoli» si ritrova appunto nel Messale Gotico, dove segue quella della cattedra di san Pietro, riavvicinamento abbastanza significativo, per escludere che si tratti veramente della data cronologica della conversione del grande Apostolo dei gentili sulla via di Damasco. Non è facile di determinare la genesi e l’evoluzione della festa. È possibile però che nei martirologi la «translatio sancti Pauli» si riferisca ad una delle seguenti ipotesi:

a) La traslazione del sacro Corpo dell’Apostolo dal nascondiglio ad catacumbas sull’Appia alla sua primitiva tomba sulla via Ostiense, dopo che Gallieno ebbe tolta la confisca dei cimiteri cristiani; b) la riedificazione della sua basilica sepolcrale sulla via Ostiense, incominciata da Teodosio, proseguita da Valentiniano ed Onorio, e finalmente condotta a termine da san Leone I; c) una traslazione occasionale della sua «statio» natalizia per qualche impedimento occorso – alla stessa maniera che un anno i Romani, essendo assente Leone I, differirono di celebrare la festa di san Pietro e san Paolo sino al ritorno del papa; – d) finalmente, e ciò è più probabile, una qualche traslazione nelle Gallie dei veli applicati alla tomba di san Paolo e della limatura delle sue catene. Anche questi oggetti di devozione erano detti impropriamente Reliquie, e deposti negli altari sotto il titolo di translatio, la memoria di questa deposizione veniva inserita perfino nei martirologi locali. In grazia d’una specie di fictio iuris queste Reliquie costituivano come un annesso, un’estensione dello stesso sepolcro dell’Apostolo in Roma. L’indicazione «Romae» sarebbe sdrucciolata nel Latercolo per ignoranza dell’amanuense che, leggendo una «translatio sancti Pauli» invece di riferirla ad una qualche chiesa di Autun, di Arles, ecc., ha pensato che questa non poteva convenire che a Roma.

Questa festa invernale di san Paolo, sia o no d’origine romana, nelle Gallie si trovò riavvicinata a quella della cattedra di san Pietro; e ciò in un tempo quando Roma non le celebrava punto – se pure la sede apostolica aveva mai celebrato la translatio di san Paolo. A poco a poco tuttavia l’orientazione storica si spostò, e al concetto d’una traslazione materiale delle Reliquie di san Paolo, sostituitosi quello d’una traslazione o mutamento psicologico e spirituale avvenuto nello stesso Apostolo sulla via di Damasco, dalla translatio fisica si passò cosi alla mistica Conversio del medesimo.

La festa della Conversione di san Paolo è notata in questo giorno nel latercolo Bernese del Martirologio Geronimiano: Translatio et conversio sancti Pauli in Damasco. Nell’«Ordo» di Pietro Amelio del secolo XIV, a questa solennità è attribuita la precedenza perfino sull’ufficio domenicale.

Nella basilica Patriarcale di san Paolo, in questo giorno si tiene stazione solennissima, ed in assenza del Sommo Pontefice, per antica tradizione gli abbati di quel sacratissimo cenobio che ha dato alla Chiesa san Gregorio VII, celebrano in rito pontificale il divin Sacrificio sullo stesso altare papale che ricopre anche oggi la cella funeraria dell’Apostolo.

[…] Questa festa della conversione di san Paolo altre volte nella liturgia medievale era assai solenne. Il Papa stesso si recava a celebrare la messa stazionale sulla tomba dell’Apostolo; consuetudine di cui è rimasta una traccia nella liturgia. Mentre nelle altre basiliche patriarcali di Roma il Papa ordinariamente non concede punto il permesso che i rispettivi cardinali arcipreti celebrino la messa sull’altare papale, si fa un’eccezione per san Paolo, e ciascun anno in questo giorno l’abbate di quel monastero gode del papal privilegio di celebrare la messa pontificale sull’altare che ricopre la tomba dell’Apostolo. Il motivo di tanta importanza attribuita dalla liturgia alla conversione di san Paolo sulla via di Damasco, va ricercato nell’efficacia apologetica che emerge da tale improvvisa mutazione; così che dopo il miracolo della risurrezione di Cristo, nessun altro prodigio della storia della Chiesa primitiva, tenuto conto di tutte le circostanze, dimostra meglio la divinità del Cristianesimo, quanto questo della conversione di Saulo.

 

Introitus

Scio, cui crédidi, et certus sum, quia potens est depósitum meum serváre in illum diem, iustus iudex.
Dómine, probásti me et cognovísti me: tu cognovísti sessiónem meam et resurrectiónem meam.

L’introito è quello della stazione natalizia di san Paolo il 30 giugno, ed esprime la certezza dell’Apostolo che Iddio, giusto estimatore del merito, gli darà il premio delle sue fatiche. A spiegar meglio a Timoteo questo concetto, san Paolo, ormai prossimo al martirio, si vale d’una graziosa immagine. Le sue opere buone sono come un deposito che egli commette a Dio, perchè glielo custodisca sino al giorno della parusia. L’Apostolo ha tutta la sua fiducia nel Signore, cui dice di ben conoscere. Chi affida i suoi tesori agli scrigni o li cela sotterra, si espone al pericolo di vederseli depredati dai ladri, o rosi dalla tignola. Dio invece è giusto ed immutabile, ed Egli nel gran giorno del giudizio, il giorno per eccellenza, giusta il dire di san Paolo, renderà il deposito insieme col meritato premio. La melodia gregoriana che riveste quest’introito, sembra sia stata creata dall’artista appositamente per la stazione natalizia nell’ampia basilica di san Paolo. Essa è solenne e d’un effetto insuperabile.

«So a chi ho affidato, e sono certo che egli, giusto giudice, ben saprà conservare per quel giorno il mio deposito» (II Timot. I, 12).

 

Colletta

Deus, qui univérsum mundum beáti Pauli Apóstoli prædicatióne docuísti: da nobis, quaesumus; ut, qui eius hódie Conversiónem cólimus, per eius ad te exémpla gradiámur.


Pro S. Petro

Deus, qui beáto Petro Apostolo tuo, collátis clávibus regni coeléstis, ligandi atque solvéndi pontifícium tradidísti: concéde; ut, intercessiónis eius auxílio, a peccatórum nostrórum néxibus liberémur […]

La prima preghiera è quasi identica a quella riportata più sopra il 18 gennaio. «O Dio, che per mezzo della predicazione del beato apostolo Paolo ammaestrasti tutto l’universo, oggi che noi celebriamo la sua conversione, ci concedi, che imitando i di lui esempi, a te ne veniamo».

Si aggiunge la commemorazione di san Pietro, come il 18 gennaio.

 

Lectio Actuum Apostolorum [9, 1-22]

In diébus illis: Saulus adhuc spirans minárum et cædis in discípulos Dómini, accés sit ad príncipem sacerdótum, et pétiit ab eo epístolas in Damáscum ad synagógas: ut, si quos invenísset huius viæ viros ac mulíeres, vinctos perdúceret in Ierúsalem. Et cum iter fáceret, cóntigit, ut appropinquáret Damásco: et súbito circumfúlsit eum lux de coelo. Et cadens in terram, audívit vocem dicéntem sibi: Saule, Saule, quid me perséqueris? Qui dixit: Quis es, Dómine? Et ille: Ego sum Iesus, quem tu perséqueris: durum est tibi contra stímulum calcitráre. Et tremens ac stupens, dixit: Dómine, quid me vis fácere? Et Dóminus ad eum: Surge et ingrédere civitátem, et ibi dicétur tibi, quid te opórteat fácere. Viri autem illi, qui comitabántur cum eo, stabant stupefácti, audiéntes quidem vocem, néminem autem vidéntes. Surréxit autem Saulus de terra, apertísque óculis nihil vidébat. Ad manus autem illum trahéntes, introduxérunt Damáscum. Et erat ibi tribus diébus non videns, et non manducávit neque bibit. Erat autem quidam discípulus Damásci, nómine Ananías: et dixit ad illum in visu Dóminus: Ananía. At ille ait: Ecce ego, Dómine. Et Dóminus ad eum: Surge et vade in vicum, qui vocátur Rectus: et quære in domo Iudæ Saulum nómine Tarsénsem: ecce enim orat. Et vidit virum, Ananíam nómine, introeúntem et imponéntem sibi manus, ut visum recipiat. Respóndit autem Ananías: Dómine, audívi a multis de viro hoc, quanta mala fécerit sanctis tuis in Ierúsalem: et hic habet potestátem a princípibus sacerdótum alligándi omnes, qui ínvocant nomen tuum. Dixit autem ad eum Dóminus: Vade, quóniam vas electiónis est mihi iste, ut portet nomen meum coram géntibus et régibus et fíliis Israël. Ego enim osténdam illi, quanta opórteat eum pro nómine meo pati. Et ábiit Ananías et introívit in domum: et impónens ei manus, dixit: Saule frater, Dóminus misit me Iesus, qui appáruit tibi in via, qua veniébas, ut vídeas et impleáris Spíritu Sancto. Ei conféstim cecidérunt ab óculis eius tamquam squamæ, et visum recépit: et surgens baptizátus est. Et cum accepísset cibum, confortátus est. Fuit autem cum discípulis, qui erant Damásci, per dies áliquot. Et contínuo in synagógis prædicábat Iesum, quóniam hic est Fílius Dei. Stupébant autem omnes, qui audiébant, et dicébant: Nonne hic est, qui expugnábat in Ierúsalem eos, qui invocábant nomen istud: et huc ad hoc venit, ut vinctos illos dúcere ad príncipes sacerdótum? Saulus autem multo magis convalescébat, et confundébat Iudaeos, qui habitábant Damásci, affírmans, quóniam hic est Christus.

Segue la lezione degli Atti degli Apostoli, col racconto della conversione di Paolo. In essa il trionfo della grazia non poteva essere più splendido. Paolo in Gerusalemme era il più formidabile nemico della Chiesa nascente; tuttavia Gesù, non soltanto riduce al nulla i suoi piani, ma fa sì che l’avversario di ieri divenga l’apostolo del dimani e il dottore della verità nel mondo universo. Senza detrarre in nulla al merito dei dodici Apostoli, Paolo tuttavia diverrà l’Apostolo, perchè prima era stato l’avversario più formidabile. Egli quindi dovrà trarre il cocchio trionfale del Cristo più innanzi che tutti gli altri, dall’Arabia sino alle colonne d’Ercole; tanto che poi sotto l’ispirazione del Paraclito potrà scrivere ad edificazione delle chiese: plus omnibus laboravi. Quest’apostolato universale di Paolo era fatto rilevare in un distico, che gli antichi collettori d’epigrafi romane già trascrissero sul sepolcro del grande Apostolo:

HIC POSITVS CAELI TRANSCENDIT CVLMINA PAVLVS

CVI DEBET TOTVS QVOD CHRISTO CREDIDIT ORBIS

Vivo nel più alto dei cieli Paolo qui sepolto,

A cui l’intero mondo è debitore d’aver creduto a Cristo.

 

Graduale

Qui operátus est Petro in apostolátum, operátus est ei mihi inter gentes: et cognovérunt grátiam Dei, quæ data est mihi. V. Grátia Dei in me vácua non fuit: sed grátia eius semper in me manet. Allelúia, allelúia. V. Magnus sanctus Paulus, vas electiónis, vere digne est glorificándus, qui et méruit thronum duodécimum possídere. Allelúia.

La tarda composizione di questa messa si rivela subito dal graduale e dal tratto. Il redattore sembra che abbia perduto di vista l’originario carattere salmodico che avevano già nell’ufficio delle sinagoghe, ed ha infilato alla meglio alcuni versetti delle epistole di san Paolo, assai belli e scelti con abbastanza buon gusto, ma fuori di luogo. Vi supplisce fortunatamente la melodia, che è piena di passione e di classica eleganza.

Galat. II, 8: «Quegli che operò per mezzo di Pietro nell’apostolato dei circoncisi, operò in me tra i gentili; e riconobbero la grazia che Dio m’aveva dato. ɏ. La grazia di Dio in me non fu sterile, ma la sua grazia sempre mi assiste».

«Allel. Grande è Paolo santo, prescelto ricettacolo (della grazia), veramente degno d’essere glorificato, il quale anche meritò di possedere il duodecimo trono».

Dopo la settuagesima. omesso il verso alleluiatico, si canta il tratto seguente:

«ɏ. Tu, o santo apostolo Paolo, sei un recettacolo eletto (della divina grazia), e veramente sei degno d’essere glorificato, ɏ. Predicatore della verità e Dottore dei gentili nella fede e nel vero. ɏ. Per te tutti i popoli hanno conosciuto la divina grazia, ɏ. Intercedi per noi presso Dio, che ti ha prescelto». È questa la più bella grazia concessa dall’Apostolo, che cioè, non soltanto egli ha recato il nome di Gesù innanzi ai re e ai popoli delle più diverse nazioni durante la sua vita, ma anche dopo la morte continua il suo ministero evangelico per mezzo delle sue divine lettere, che la sacra liturgia non omette mai di recitare nel Santo Ufficio e nella Messa.

 

Evangelium secundum Matthaeum [19, 27-29]

In illo témpore: Dixit Petrus ad Iesum: Ecce, nos relíquimus ómnia, et secúti sumus te: quid ergo erit nobis? Iesus autem dixit illis: Amen, dico vobis, quod vos, qui secúti estis me, in regeneratióne, cum séderit Fílius hóminis in sede maiestátis suæ, sedébitis et vos super sedes duódecim, iudicántes duódecim tribus Israël. Et omnis, qui relíquerit domum, vel fratres, aut soróres, aut patrem, aut matrem, aut uxórem, aut fílios, aut agros, propter nomen meum, céntuplum accípiet, et vitam ætérnam possidébit.

Il Vangelo è quello delle messe per gli abbati, come il giorno 5 dicembre, e si adatta assai bene all’Apostolo, il quale nella sua conversione, non solo rinunziò alle cose sue e alla famiglia, ma per guadagnare Gesù Cristo, abdicò anche ai vantaggi che la sua con dizione d’Israelita della tribù di Beniamino e di discepolo di Rabbi Gamaliel potevano procacciargli in seno alla comunità giudaica. Tutte queste cose, dice l’Apostolo, quae mihi fuerunt lucra, haec arbitratus sum… ut stercora, ut Christum lucrifaciam (Philipp, III, 7-8).

 

Offertorium

Mihi autem nimis honoráti sunt amíci tui, Deus: nimis confortátus est principátus eórum.

L’antifona per l’offerta, è come il dì di sant’Andrea, il 30 novembre.

 

Secreta

Apóstoli tui Pauli précibus, Dómine, plebis tuæ dona sanctífica: ut, quæ tibi tuo grata sunt institúto, gratióra fiant patrocínio supplicántis.

 

Pro S. Petro

Ecclésiæ tuæ, quaesumus, Dómine, preces et hóstias beáti Petri Apóstoli comméndet orátio: ut, quod pro illíus glória celebrámus, nobis prosit ad véniam.

 

Communio

Amen, dico vobis: quod vos, qui reliquístis ómnia et secúti estis me, céntuplum accipiétis, et vitam ætérnam possidébitis.

 

Postcommunio

Sanctificáti, Dómine, salutári mystério: quaesumus; ut nobis eius non desit orátio, cuius nos donásti patrocínio gubernári.


Pro S. Petro

Lætíficet nos, Dómine, munus oblátum: ut, sicut in Apóstolo tuo Petro te mirábilem prædicámus; sic per illum tuæ sumámus indulgéntiæ largitátem.

Le preghiere prima dell’anafora eucaristica e dopo la Comunione, sono identiche a quelle riferite il 18 gennaio; il prefazio è quello consueto per gli apostoli. Il versicolo per la Comunione del popolo, è tratto dall’odierno Vangelo: «Io vi assicuro, che voi che avete lasciato tutto per seguirmi, riceverete cento volte tanto e la vita eterna».

La povertà che, ad imitazione degli Apostoli, professano con voto i religiosi, è un atto perenne di lode alla divina Provvidenza, cui essi si affidano. La storia di circa venti secoli sta lì a dimostrare, che Dio da parte sua non è venuto mai meno alle loro speranze. E appunto quanto già assicurava il Salmista, facendo appello alla propria esperienza: Iunior fui etenim senui, et non vidi iustum derelicium, nec semen eius quaerens panem[Psalm. XXXVI, 25.].

(Card. A. I. Schuster, Liber Sacramentorum. Note storiche e liturgiche sul Messale Romano, vol. VI, pp. 184-188)

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