Ragionevolezza del sovrannaturale, frutto dell’Onnipotente

Una delle contraddizioni in voga che più feriscono la mia anima è quella che accosta una religiosità sentimentale, erroneamente sentimentale e sentimentalistica, a una risolutezza per così dire materialistica (o comunque anti-trascendentale). Intendo, per esempio, quei tantissimi “spiriti aggiornati” – modernisti più o meno consapevoli, cattocomunisti più o meno acattolici, buonisti ingenui o maligni – che esaltano continuamente lo slancio intimo di amore per il prossimo (e, se si ricordano, per Dio) e sperimentano forme di condivisione emotiva e sentimentale dell’esperienza fideistica nello stesso momento in cui rigettano con fermezza apodittica l’apertura al Mistero sovrannaturale di quel Dio Onnipotente che non solo si è fatto Uomo ed è morto per la nostra salvezza ma anche opera spesso in un modo che travalica le nostre possibilità di comprensione razionale. Sembra una barzelletta, ma ho sentito io stesso un frate modificare deliberatamente un’invocazione all’Onnipotente nella Messa con un «onnipotente nell’amore», come se affermare l’assoluta onnipotenza divina fosse un qualcosa di esagerato, di pericoloso, di aggressivo. La stoltezza di costoro arriva a scindere teologia e Carità, arriva a non comprendere più come la Fede superi le ristrettezze di questo mondo, avvicinandoci a quel mondo ultraterreno dal quale proveniamo e al quale dobbiamo tendere.

Non sorprende l’allergia – e talvolta la vera e propria avversione – che molti sedicenti cattolici del giorno d’oggi nutrono nei confronti dei dogmi, del Paradiso, degli angeli e dei miracoli, ossia una vera e propria «irruzione del sovrannaturale nella storia», come recita il sottotitolo d’un ottimo libricino pubblicato recentemente. La loro presunta ragionevolezza si rivela incongruenza con il fondamento stesso della loro fede: o esiste la possibilità di superare la ristrettezza del mondo terreno (Dio, Cristo morto e risorto, la sovrannaturalità della Verginità di Maria, la resurrezione dei corpi ecc.), oppure non esiste e allora non può esservi alcuna fede in alcuna divinità. Lo spiega, con la consueta chiarezza e bonomia, il Cardinale Giacomo Biffi:

Ad esempio, chi accetta Dio non si vede quale razionale difficoltà «a priori» possa avere ad accettare la risurrezione di Cristo o la maternità verginale di Maria o la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Non ho mai capito l’allergia «a priori», che si riscontra in molti teologi, ad ammettere gli angeli, se non identificandola come una «zona di incredulità» sussistente per incoerenza in una mentalità che dovrebbe essere tutta permeata dalla fede. Una volta appurata nella fede l’esistenza del mondo invisibile, «a priori» non ho obiezioni da opporre non solo agli angeli, ma nemmeno agli arcangeli, ai cherubini, ai serafini e a chi sa quali altre creature siano state pensate e volute dalla divina fantasia.

O l’universo è vuoto, e allora si capisce che sia sordo e muto; o c’è la possibilità che sia popolato, e allora mi aspetto che ci siano molti esseri in grado di porsi in ascolto delle nostre voci e in grado di farci arrivare a loro.

Il credente è uno che si attende molte sorprese. Una volta conosciuta l’esistenza di un Dio che è fantasioso e onnipotente, cioè «capace di tutto», la ragionevolezza sta nell’aspettarsi che la divina immaginazione a poco a poco si manifesti, oltrepassando sempre ogni previsione e stupendo sempre la nostra connaturale propensione per ciò che è consueto, prevedibile, convenzionale.

L’uomo nativamente «religioso» «a priori» non esclude niente. Sa che, se è arduo dimostrare l’esistenza di qualche cosa, è ancora più arduo dimostrarne apoditticamente l’inesistenza.

L’uomo «areligioso» è quello che possiede la più arrischiata e irragionevole delle certezze: la certezza di ciò che non c’è. È una certezza che conviene solo a Dio: solo colui che è onnisciente può elencare le cose che non ci sono. Sicché paradossalmente potremmo dire che l’uomo areligioso possiede la più arbitraria e ingiustificata delle fedi. E, ancora paradossalmente, soltanto da una divina rivelazione potrei avere la notizia indubitabile che oltre la zona accessibile alla mia conoscenza naturale non ci sia niente.

(Giacomo Biffi, La bella, la bestia e il cavaliere, Chiarificazioni, Accordando la chitarra, p. 52)

Madonna dei Miracoli - Motta di Livenza

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