I diritti degli animali (parte I)

Una delle dittature più assurde in questi miseri tempi moderni è quella dell’animalismo esasperato, frutto di concezioni disumane e atee. Se è certo inutile citare anche solo alcuni episodi che mostrano la deriva folle di tali posizioni, ritengo invece ben più utili le riflessioni sistematiche, a mo’ di vera e propria disanima inquisitoria, svolte ben 110 anni fa dall’autorevolissima rivista dei Gesuiti, ai tempi voce sincera e fedele del Magistero cattolico. Dalla lettura di questa profonda analisi, che suddivido in varie parti per la sua lunghezza, risalterà con ulteriore chiarezza l’errore di chi pretende di cancellare Dio e il Suo ordine nel mondo. Chissà cosa scriverebbero oggi, di fronte a una situazione gravemente degenerata e quando ben poche voci si levano tra le fila cattoliche!

peppa-pig-21I diritti degli animali

 

I. Stato e opportunità della questione.

Può affermarsi che all’uomo corra qualche obbligo morale di proteggere gli animali? E posto che sì, deve anche dirsi che a tale protezione i bruti abbiano qualche diritto? Ecco questioni che a nostro tempo frullano vivaci nelle conversazioni, e vengono ventilate e risolute in varii e contrarii modi. Mi proverò a recarvi qualche luce, chiedendone prima venia ai lettori serii e sensati, i quali talvolta credono che a certi argomenti di discussioni, ora vive nella società civile, basterebbe una soluzione composta d’una scossa di capo e d’una spallucciata.

È d’uopo di tenere conto dei filosofemi di moda. I vecchi scienziati, i quali si godevano il patrimonio delle grandi verità della filosofia, e sapevano difenderlo con una razionale metafisica e con una logica severa, avrebbero risposto con un sorriso di compatimento a chi loro avesse parlato di diritti animaleschi. Ma dappoichè alcuni filosofi hanno devastato il campo commune, con negazioni e con dubbii sistematici circa tutto lo scibile, non vi è più paradosso tanto stravagante che non si possa presentare al pubblico, con qualche speranza di diventare almeno una opinione da discutersi, una questione. E questo cenno valga a scusarmi presso i savii estimatori del tempo nostro, in cui vediamo uomini d’ingegno raro, come l’Hegel, il Kant, Augusto Comte, e il testè defunto Erberto Spencer, rinnegare come logoro ciarpame le tesi dei più potenti pensatori del genere umano, Socrate, Platone, Aristotele, S. Tommaso, Dante Allighieri, Galileo, Newton ed altrettali; e vediamo alcuni del più fieri paladini del pensiero moderno, non degnare d’altro ossequio gli antichi, fuorchè di confessarsi scettici riguardo alle verità da quelli professate. È questo l’agnoismo molto in voga a giorni nostri, con cui, non osandosi negare assolutamente certi veri troppo smaglianti, si onorano con un saluto: Non vi conosco. […]

In questo tempo è duopo trattare seriamente anche questioni che serie non sembrano a tutti. Ed ecco un cenno delle risposte che credo dover dare alle dimande fatte, sperando di confortarle di buone ragioni. Che l’animale ragionevole debba mostrarsi tale anche nel trattare i bruti, è fuori di dubbio. Niun atto volontario può compiersi lecitamente contro i dettami della ragione. Ma di qui alla protezione degli animali, riguardandola come un dovere di coscienza, rispondente a un diritto di cui essi sarebbero in possesso, corre un gran tratto. L’atteggiarsi poi a campione titolato delle bestie, formare delle associazioni a loro vantaggio, scrivere e battere la gran cassa per attirarvi la buona gente, sebbene sia opera buona, e, se bene intesa, anche civile e cristiana, essa è tuttavia esposta non di rado ad esagerazioni ed anche ad errori nocivi; massime se, per bramosia di dare fondamento alla doverosa moderazione inverso ai bruti, si fa appello alla pietà biblica, o alla carità universale, o come dicono per laicizzare la carità, all’altruismo civile.

 

II. Che l’animale è incapace d’alcun diritto.

È quasi superfluo notare che d’innumerabili animali è al tutto vano ogni discorso: perchè l’aria, il mare, o la lontananza o la loro piccolezza, li sottraggono a qualsiasi nostro contatto e perfino ai nostri sguardi. E però tutta la questione si riduce naturalmente a quei pochissimi che la naturale loro domesticità e l’arte umana pongono in nostro potere.

Ora per questi almeno sarà lecito invocare qualche vero e proprio diritto? Signori, no. Le idee di animale e di diritto fanno a’ cozzi. Diritto è libera facoltà di fare o non fare un atto, o di esigere o vietar un atto altrui, per esempio l’aiuto o la protezione, senza che niuno possa lecitamente contrastarci. Ora nulla di ciò compete all’animale, perchè non è libero. Esso è una macchina montata dalla creazione divina con proprii e determinati movimenti; differisce solo dalle altre macchine materiali in questo, che essa conosce 1’oggetto del suo moto, e vi tende per virtù intrinseca. È qualche cosa come una bussola, che vedesse il polo, e per giunta fosse dotata di appetito che al polo la volge con sensazione piacevole, e con ispiacevole la allontana. In altre parole, è sensitiva e capace di dolore. Di ciò bisogna tener conto, che è un punto serio della questione. Una siffatta macchina non è fattibile dalla meccanica umana. Ma il Creatore la produce indefinitamente negli animali; dotandoli di appetiti varii, la cui azione riguarda specialmente la conservazione dell’individuo e della specie. Dal complesso di tali appetiti o tendenze risulta quello che chiamiamo istinto.

L’ istinto riesce talvolta così disciplinato e ordinato, che allo investigatore dà sembianze di sagace e provvido indirizzo, e tale che l’uomo, sebbene intelligente, non saprebbe far meglio ad ottenere lo scopo giovevole all’animale. […] Quale professore di chimica, nel suo fornito laboratorio saprebbe comporre una vera perla, di cui pure tutti conoscono i semplici componenti? È impossibile: e invece un piccolo mollusco, (la Meleagrina margaritifera; come milioni di sue sorelle) ne foggia una o più perle ogni anno, senza stromenti, in fondo al mare, al buio: tanto può 1’istinto più che 1’arte umana.

Nè è da maravigliarsene: 1’istinto è potenza organica sì, ma guidata da un motore sovranamente sapiente, la Natura, cioè l’Autore della natura. Ma quasi a compenso della mirabile arte infusa all’animale, è 1’assoluta immobilità di tale arte, che si trova determinata a un dato numero di processi, fuori dei quali nulla conosce, nulla inventa, nulla può operare. Le nostre rondini appiccicano il nido ai cornicioni delle case, come al tempo di Tobia; i gatti della città di Om nel primitivo Egitto (la Eliopoli poi dell’epoca Tolemaica) dei quali gatti abbiamo ne’ musei le mummie quattro o cinque volte millenarie, avevano lo stesso miagolio, gli stessi costumi dei gatti del 1904. Perchè nel bruto tale mancanza di progresso, tale immobilità di abitudini? L’ultima ragione è che il Creatore non accordò all’animale intelligenza del bene universale, e libera volontà per aspirarvi in varii modi, ma solamente l’istinto determinato a tali e tali atti e non più. L’animale non è libero: è una macchina, è un oggetto passibile di altrui diritto, come ogni altra cosa, sia minerale, sia vegetale. Ciò posto, diventa chiaro che all’animale non può competere la libera scelta di fare o non fare, di esigere o non esigere alcun atto degli uomini, cioè in altri termini, non gli compete verun vero e proprio diritto.

Prima di discorrere di simili diritti d’una macchina, per quanto perfezionata dal senso e dalla conoscenza sensitiva, converrebbe accettare la opinione dell’Edison (o almeno attribuitagli da giornali spiritisti) che gli atomi conoscono e vogliono certe combinazioni chimiche; e quindi potrebbero conoscere e volere molto più gli animali, volere cioè ed esigere protezione dagli uomini. Ovvero sarebbe da provare 1’opinione di quel laureando, ricordato da Monsignor Dupanloup, il quale sostenne, non essere dimostrato che la locomotiva non sia conscia dell’ufficio che esercita. Se tanta intelligenza può albergare in un cassone di ferraglie che ha per cervello una caldaia bollente, quanto più ribollirà di genio il voluminoso cervello dell’asino e del bue nel suo lavoro, e rivendicherà i suoi diritti alla protezione. Ma chi gabellerà volentieri la intelligenza d’una locomotiva? Forse un valoroso professore (se pure vuole far fare un passo innanzi alla sua filosofia semibuddistica), il quale in una pubblica prolusione insegnava, avere la scienza provato essere una stessa specificamente la facoltà intellettiva delle bestie e dei cristiani, solo che nelle bestie s’incontrava meno perfetta che nell’uomo. Per lui adunque la scuola non era altro che una stalla di bestiuoli progredienti, e sè stesso doveva riguardare come una bestia perfetta. Questo professore probabilmente continua anche oggidì a illustrare l’università di Bologna, ed il chiaro suo nome leggemmo nella prolusione da lui divulgata colla stampa. Tali cattedratici accordino pure diritti agli animali. Già si sa: ab absurdo nascitur absurdum. Ma chi ragiona sul serio, li lascerà soli a rialzare i bruti al livello dell’uomo, con rischio di pareggiare sè medesimi alle bestie[n. 1: Prima di mandare al compositore queste linee mi arriva, per via dei giornali, l’annunzio che il Professore Luigi Barbera è passato all’altra vita, spero con migliori sentimenti, che i professati nella deplorabile prolusione.].

Non parlerò adunque di diritti animaleschi. E invece si potrà trattare dell’obbligo che corre all’uomo di servirsi del1’animale, come di ogni altra creatura, secondo l’intento e i modi preordinati dal Creatore, nel destinarlo all’umano servizio. Quest’obbligo non lega punto l’uomo all’animale come un dovere rispondente a relativo diritto che ne abbia il bruto, ma sì lo lega a Colui che è sovrano Signore di entrambe le creature, e d’ogni cosa dispone con infinito diritto.

(«La Civiltà Cattolica», a. 55, 1, 1904, pp. 401-406)

(continua: https://cattomaior.wordpress.com/2014/02/05/i-diritti-degli-animali-parte-ii/)

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