I diritti degli animali (parte II)

(continua da: https://cattomaior.wordpress.com/2014/02/04/i-diritti-degli-animali-parte-i/)

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III. Che le creature irrazionali sono per servigio dell’uomo.

Egli è punto capitale per determinare gli obblighi dell’uomo verso i bruti, stabilire il vero scopo prefisso dal Creatore al regno animale. E prima di tutto un brevissimo cenno dell’animale ragionevole, l’Homo sapiens, che Linneo pone come capo e re degli animali. Per noi credenti non si può filosofare con più elevate speculazioni che colle parole del catechismo: cento pagine del divino Platone non valgono quella breve formola che s’insegna ai fanciulli: «Sono creato per conoscere; amare e servire Iddio in questa vita e goderlo poi eternamente nell’altra». All’uomo destinato, non pure a un fine convenevole alla sua natura, ma innalzato da Dio oltre natura, e a condividere con lui la divina felicità, tutto il creato serve mirabilmente, e questo servizio forma lo scopo dell’universo regno minerale, vegetale, animale.

La verità di tale scopo ce la rivela 1’esperienza che abbiamo dell’attitudine e dall’opera delle creature a servirci in mille modi. L’universo cosmo per verità può divenire obbietto di ammirazione e fonte di amore divino anche agli angeli, ed anche a numerose e varie intelligenze che forse popolano gli astri [...]: ma ciò non toglie che a noi terricoli sparsi su questo piccolo pianeta girante intorno al Sole, servano, in diversi modi, le creature, e servano tutte. Quelle stesse che sembrano per la loro piccolezza sottrarsi all’occhio nostro, quali magnificenze non ci parano dinanzi, se noi le scrutiamo con un potente microscopio! Quelle che ci paiono rifugiate negli abissi del firmamento, interrogate col telescopio, colla fotografia, con la spettroscopia, ci presentano un museo indefinitamente ricco e mirabilmente ordinato dell’infinita sapienza di Dio, dell’infinita sua onnipotenza e bontà. La descrizione fotografica del cielo, che ora si prepara in varii osservatorii di tutto il mondo, ci darà contezza di forse quaranta milioni di astri, di cui ciascuno è un Sole, ciascuno raggiante tra il probabile corteggio de’ suoi pianeti. E dire che 1’occhio umano fino a Galileo non iscorgeva più di seimila stelle. E pensare che i quaranta milioni di Soli sono probabilmente una piccola frazione degli astri innumerevoli danzanti nell’etere immenso dietro a quelli che ora possiamo contare! E si dirà che queste creature non servono all’uomo, mentre gli parlano sì eloquentemente del suo Creatore? È servigio continuo, e beneficio supremo. Chi a tale predicazione non si commove ad onorarlo, è inescusabile.

La scienza moderna, benchè spesso ingrata e ricalcitrante e blasfema, pure ci rivela sempre nuove creature benefiche, o nuovi loro servigi ignorati per lo addietro. II dagherrotipo da cui venne la fotografia volgare 1’abbiam veduto nascere noi, il moto a vapore, l’illuminazione e trazione elettrica, il grafofono, tutta la razza dei telegrafi, il telefono, i raggi Röntgen, i raggi onde il Marconi si serve pel telegrafo senza fili, i raggi dell’Uranio, del Polonio e sopra tutto del Radium, che promette miracoli sbalorditoi, e tante altre creature che con mille servigi continui equivalgono ad un esercito di novelli servitori dell’uomo. E noi non li dobbiamo riconoscere dagli studii dei laboratorii scientifici, che li scopersero, in guisa che veniamo a disconoscere la mano creatrice che li preparò e tenne in serbo per 1’età nostra.

 

IV. Speciale servitù imposta dalla Natura agli animali.

Tutte le predette creature possono riguardarsi come servitori di rispetto, come i gentiluomini e i ciambellani nelle corti. Vi è poi la servitù de’ bassi servigi, e sono i vegetali e gli animali. Dei vegetali non è qui luogo da parlarne: ma degli animali, ben si può dire che la divina Provvidenza gli ha naturati per modo che essi ci si porgono volonterosi ad innumerabili nostri bisogni. L’elefante addimesticato diviene un servitore del pubblico e delle private famiglie; il cammello è, a detta degli Arabi, la nave del deserto; il cavallo ed i suoi affini c’imprestano la loro celerità di locomozione; il cane e il gatto ci sbrigano molte piccole ma importanti faccenduole casalinghe; pei paesi torridi e serpentosi vi è il serpentario (Serpentarius reptilivorus). Ha il piglio d’un grosso gallinaccio, e s’incarica di purgare le masserie dai serpenti, che esso fieramente divora, anche se velenosi. Vi è poi tutta la varia genia di quelli cui la Natura ha incaricato di fornirci vestimenta colla propria pelle, colla lana, colla seta; la numerosa famiglia più servigevole ancora, la quale quietamente ci imbandisce la mensa col latte, colle ova, colle sue carni salubri, che ogni animale elabora nel prato, o tra i flutti del mare, o nell’aria più pura. Anche i più restii non possono sottrarsi interamente al compito proposto per legge universale. Le conchiglie ci lavorano gioielli tra le rocce marine; i leoni e le tigri con tutta la razza felina ci forniscono pellicce e superbi tappeti per le sale signorili; infine i liberissimi cittadini dell’aria ci apprestano belle piume di che si adornano le signore, i generali, i caciqui selvaggi e i re di corona e i bravi bersaglieri. Ogni giorno gli scienziati di storia naturale scoprono nuovi servigi prestati da animali reputati del tutto nocivi. Gli schifosi rospi si vendono su certi rnercati, come vigili poliziotti contro gl’insetti devastatori degli ortaggi; i rapaci avoltoi nell’Africa sono i beccamorti patentati d’innumerabili carogne, che l’incuria degl’indigeni lascia ad appestare il paese; i dispregiatissimi lombrichi, secondo uno studio agronomico recente, sono indefessi lavoratori dei terreni coltivi; perfino gli odiosi serpenti, secondo che mi affermava un oculato conoscitore dell’India, sono benemeriti delle messi, perchè senza di loro perirebbero inesorabilmente distrutte dai topi campestri.

Nè questa servitù o schiavitù del bruto sotto il dominio del re della natura può tacciarsi di usurpazione. È senso comune del genere umano, il quale è persuasissimo di esercitare un suo diritto incontrastabile. E se nell’India o nell’Egitto si trovarono dei legislatori o dei filosofi che il negarono, è una semplice eccezione alla pratica universale, eccezione che rende ridicole le stesse teoriche di opposizione. In fatti appena si può immaginare una famiglia, non che una nazione, che volontariamente si privi dei servigi degli animali, o delle vivande a loro spese apprestate.

No, il dominio assoluto dell’uomo sul regno animale non è ingiusta tirannia; ma un’eco fedele della sovrana disposizione del Creatore e Signore della natura. S’ignorava spesso il verbo divino, ma si ubbidiva alla tradizione di esso. Così parlò il Signore: «Iddio che creasti ogni cosa colla tua parola… per la tua sapienza costituisti l’uomo a dominatore della creatura fatta da te (SAP. IX, 12).» E altrove: «Tu costituisti lui (l’uomo) sopra le opere delle tue mani. E tutte cose sottomettesti a’ piedi suoi, pecore e buoi, e per giunta le bestie del campo, gli uccelli dell’aria e i pesci del mare, che nuotano per le vie del mare (PS. VIII, 7-9).» Già fin dall’Eden, Iddio assegnava ad Adamo, le erbe ed i frutti, in pasto all’uomo e agli animali (Gen. I, 29-30), sebbene non sappiamo se destinasse al cibo degli uomini anche gli animali. Più ampiamente dopo il diluvio, disse a Noè ed ai suoi discendenti: «Terrore e timore di voi abbiano tutti gli animali della terra, e tutti gli uccelli dell’aria; con tutto ciò che si muove sopra la terra; e tutti i pesci del mare sono dati nelle vostre mani. E quanto si muove e vive, vi servirà di cibo, come erbaggi viventi ve li consegno (Gen. IX, 2-3).»

Da questo primo diritto accordato all’uomo dalla Natura e dall’Autore e Signore della natura, diritto di vita e di morte sugli animali, in quanto può giovare all’uomo, nasce un secondo diritto, quello cioè della difesa dell’uomo contro ogni animale, che per l’indole sua minaccia la vita nostra, o ci taglia i viveri, distruggendo gli animali o i vegetali utili al consueto bisogno della persona e società umana. Il perché vanno lodate le pubbliche leggi (le anglo-indiane, per esempio) che premiano l’uccisore delle tigri e dei serpenti; e sarebbero più lodevoli ancora, se proibissero le sterminate coltivazioni dell’oppio, più dannose che le tigri ed i serpenti.

Conchiudiamo: umanamente e divinamente è principio certo che gli animali sono legittimamente dagli uomini adoperati al sostentamento e agli altri usi della vita. Rimane che per chiarire ciò che vi è di retto nella libera dominazione sugli animali e ciò che vi può essere di malinteso, applichiamo il principio.

 

V. Uso ed abuso dei servigi animaleschi.

II retto uso del dominio sopra gli animali, e così il possibile abuso si può riassumere in poche parole, e potrebbe ridursi a questa o somigliante formola. È lecito valersi di essi, giusta la loro attitudine naturale alle necessità e commodità umane, ma è abuso il distruggerli o farli soffrire per vano capriccio.

Perchè non è lecito dilettarsi del torturare gli animali? Perchè sarebbe atto crudele, risponderanno tutti gli uomini sensati, e meglio ancora le donne naturalmente più gentili e più sensibili. Per renderne rigorosa ragione si osservi che crudeltà è vizio opposto alla mitezza, e per sè consiste nell’infierire ingiustamente contro i nostri simili. II tormentare poi o uccidere gli animali senza ragione, ha qualcosa di analogo alla crudeltà contro l’uomo, in quanto fa sofferire delle creature semoventi e sensitive come 1’uomo, creature date dall’unico Padre e Signore del mondo ad onesto servigio; e però il distruggerle per diletto e farle patire, evidentemente disordina contro 1’intento della Natura e contro il disegno dell’Autore della natura.

Maggiormente poi se si considera che 1’atto dell’inferocire contro 1’animale, e molto più l’abitudine, inclinano 1’animo ad inferocire contro il nostro prossimo, specie nei momenti di ira. Quel tanghero d’asinaio che spesso zomba furiosamente il ciuco, cadente sotto il lavoro, diviene più corrivo a maltrattare la moglie ed i figliuoli per ogni po’ po’ di motivo o di pretesto. Quel monello che prende gusto a spiumare la tortorella; a strappare i baffi al micio di casa; a spellare col temperino un povero sorcio preso alla trappola; domani più facilmente tirerà i riccioli alla sorellina, e farà magari colle forbici uno sberleffo alla governante.

Perciò è lodevole l’articolo di certi regolamenti municipali, che multa i carradori e cocchieri, spietati contro le loro bestie, e non è da biasimare il buon cuore popolano, che gode visibilmente al vedere qualcuno di questi rabbiosi tormentatori degli animali, colto in flagranti e punito. I fanciulli poi dovrebbero dai loro famigliari venire distolti efficacemente dal loro vezzo crudele.

Sì, è certamente ufficio doveroso di ogni savio educatore di correggere certi piccoli tiranni delle bestiuole domestiche. Per questa ragione pure vanno onorate come istituzioni benefiche le società di protezione degli animali, come quelle che contribuiscono a togliere di mezzo un incentivo alle crudeltà, e favoriscono un sentimento umanitario e cristiano. E la lode che loro attribuì l’Eminentissimo Cardinal Rampolla, in una lettera a nome di Leone XIII. La cita il P. Ghignoni in una Conferenza traboccante di elogi per tali istituti, ch’egli riguarda come una splendida fioritura di progresso civile[…].

Sebbene io non sento una uguale ammirazione per le società protettrici degli animali, pure oso loro proporre un compito generoso: quello di combattere a spada tratta i nemici giurati di certe umili bestie, che ebbero già in Egitto l’apogeo della loro gloria. I gatti furono adorati in Om, come fu notato poc’anzi. Ora sono caduti in bassa fortuna, e in così mala fama, che una società tedesca, il cui nome è lungo una riga e mezzo, fa solenne professione di sterminare gatti, gatte, gattini. Io l’addito agli sdegni delle signore e signorine protettrici dei gatti, come d’ogni altra bestiuola innocua. Pensare gli agguati, i lacci, gli affogamenti, i veleni micidiali messi in opera! E qualcosa come la Santa Vehme rediviva e peggiorata: perchè quella congiurava ne’ sotterranei de’ castelli diroccati, e questa invece a luce di sole recita dotte dissertazioni contro la razza felina, e su pei giornali rende conto delle centinaia e migliaia di vittime sacrificate. Non dovrebbe tale sfacciata barbarie arroventare lo zelo delle società protettrici degli animali? È vero che i gatti hanno talvolta dei momenti di debolezza in cui diventano un po’ ladri, un po’ traditori: ma è vero altresì che si porgono per lo più buoni amici delle vecchie massaie, e servono di giocondo giocattolo ai bambini. Perchè dichiarare loro una guerra senza quartiere?

Fuori di celia. Mi sembra che a questa strana società antigattesca, io preferirei una società zoofila, quale che si fosse, anche se poetizzata da qualche capestreria inglese o nordamericana.

E qui mi cade in mente il ridicolo a che si espongono certe esagerazioni di affezione: il deplorare, per esempio, seriamente le sventure de’ cavalli caduti in bassa fortuna, dal cocchio di lusso al carrettone, dalla biada abbondante delle stalle signorili al fieno scarso de’ carrettieri di campagna; il compatire le mandre bovine, in certe regioni d’Italia, tenute a brado, cioè al campo, senza stalla nè tettoia. Se avessero senno le bestie brade, dovrebbe gradire più la libera pastura, che le commode carceri ove sono custodite alla fatica e al macello. È più comune il lamento sulle bestiuole riserbate ai laboratorii fisiologici. Poveri cagnuoli, conigli, porcellini d’India, trinciati vivi, notomizzati, avvelenati, per esperienze scientifiche! II filosofo invece, anche di buon cuore, si fa una ragione e dice: – Questo è il destino delle bestie, che colla loro morte servano alla vita del re delle creature, l’uomo. Già servono anche più spesso, alle altre bestie. A che giova dare di cozzo contro i decreti inesorabili di madre Natura, che in fondo sono decreti della Sapienza infinita? Il regno animale è costituito per via di mangiamento presso che universale degli uni a danno degli altri. I pesci grossi mangiano i piccoli, gli animali più forti mangiano i più deboli, perfino gli uccelli musici e di più grazioso pennaggio, usignuoli, cardellini, canarii, fagiani, uccelli di paradiso campano di grani e d’insetti, e ve n’ha tale, 1’averla (Lanius collurio), che impicca alle spine la preda da mangiare domani.

La pretesa di salvare una specie dal dente d’una diversa, equivarrebbe a dar morte alla specie disfavorita; e in generale a due terzi degli animali per far vivere l’altro terzo. Se esistesse un giure bestiale, sarebbe una ingiustizia ed una crudeltà. Il proteggere i gatti sarebbe rovina dei topi, parteggiare pei topi sarebbe un affamare i gatti, e così in centocasi simiglianti. Un protezionista adunque discreto lascia il mondo animalesco andare per la sua via, e senza svenevolezze ridicole, lascia la rondine beccare la zanzara, il falco beccare le rondine, e ad occhi asciutti udirà che il leone ha maciullato il macacco del bosco e la bella signorina del deserto che è la giraffa. Egli limiterà il suo compito ragionevole e cristiano per lo più alle bestie domestiche, vietando a sè, e quant’è possibile, agli altri d’incrudelire contro le bestie della stalla e di casa. Ciò non l’impedirà d’imbandire la tavola con quanto di saporito gli appresteranno le belle e buone arti della pesca, della caccia, della pastorizia. E buon pro gli faccia.

Ridotto a tali termini, lo zelo zoofilo troverà un’eco di approvazione anche nelle divine Scritture. Il Legislatore divino condiscendendo al bisogno degl’Israeliti, popolo di dura cervice, imbarbarito per giunta da quattrocent’anni di schiavitù in Egitto e da quarant’anni di solitudine nel deserto, non solo imponeva verità dogmatiche e precetti di morale, ma, v’inseriva insegnamenti politici, e avvisi di igiene, di nettezza e notantemente di mitezza inverso gli animali. È celebre la proibizione di mettere la mordacchia al bove che sta trebbiando sull’aia (Deut. XXV, 4); e nel giorno festivo, vuole che non solo riposi il padrone, ma anche il bue e 1’asino (Exod. XXIII, 10); e altrove fa osservare che «il giusto tien conto del suoi giumenti, l’empio per contrario è crudele di cuore (Prov. XII, 10).» E ciò che parrebbe incredibile, non si peritò Iddio di operare un miracolo facendo parlare una bestia e riprendere il profeta Balaam[…], il quale furiosamente la percoteva: «Il Signore aperse la bocca dell’asina ed essa parlo: che male ho fatto perchè mi percuoti? Ecco la terza volta. (Num. XXII, 28).»

Tant’è vero che il giusto Legislatore divino, nulla ritrattando dell’amplissimo uso concesso all’uomo di valersi degli animali come di erbaggi viventi, pure non e spettatore indifferente dell’abuso che l’uomo ne faccia, sciupando cioè o maltrattando senza necessità le creature senzienti.

Delle stravaganze poi più biasimevoli in fatto di protezione degli animali, dirò in un secondo ed ultimo articolo.

(«La Civiltà Cattolica», a. 55, 1, 1904, pp. 401-414)

(continua: https://cattomaior.wordpress.com/2014/02/07/i-diritti-degli-animali-parte-iii/)

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