I diritti degli animali (parte III)

(Continua da: https://cattomaior.wordpress.com/2014/02/05/i-diritti-degli-animali-parte-ii/ )

Cuccia d'oro per caniVI. Esagerazioni morbose nel favorire gli animali.

Sopra tutto non troppo zelo! Era 1’avviso prudenziale dato a qualche ministro da un celebre imperatore, conosciuto dai nostri nonni. Certi eccessi di tenerume, intempestivo, aggressivo li vediamo volgersi a danno degli zelanti anzi che profittare alle povere bestie. Qui in Roma, non è molto che una pietosa soccorritrice d’un cavallo maltrattato da un vetturino, per poco non ne toccava per se stessa la parte sua, se la buona gente non 1’avesse protetta dal frustino del rabbioso vetturino. Se la buona signora inglese fosse anche stata disposta al martirio per le bestie, non ci avrebbe avuto alcun merito: essa non aveva nè diritto, nè qualità per riprendere pubblicamente un libero cittadino; se pure non avesse saputo farlo con tanta grazia da non offenderlo. Onorevoli protettori delle bestie, con tali scatti di zelo inopportuno, non si guadagna altro che il pubblico compatimento. E lo notiamo perchè non è un caso raro.

[…]

E zelo soverchio pur troppo, sebbene per diversa ragione, è quello che innalza le bestie protette ad un trattamento eguale a quello della persona umana, e talvolta le favorisce con indegna preferenza. È un disordine multiforme e frequentissimo. II Parini lasciò inchiodata alla gogna perpetua la dama, la quale cacciava di casa il domestico reo d’aver bistrattata la vergine cuccia, a lei diletta. Forse il delitto non fu mai nella cerchia della bonacciosa Milano, e fu solo nella immaginazione del fiero poeta. Ma è certo e noto lo sciagurato testamento di una inglese bestiofila, devota alia razza canina, il quale portava: – Considerando che in vita mia ho trovato riconoscenza e fedeltà solo nei cani, lascio a loro beneficio tutto il mio avere. – Povera matterulla! Doveva pure essere una disgraziosa margolfa, se libera di sè, e agiata di censo, non seppe mai destare altra simpatia che quella dei cani. Un equo magistrato potrebbe, e, secondo me, dovrebbe annullare simili testamenti, che non sono 1’espressione dell’ultima volontà, bensì dell’ultima pazzia. Ma certi magistrati progrediti, saranno corrivi a trovare il pelo nell’uovo in un lascito pei poveri della parrocchia e si faranno coscienza di defraudare i cani: e così avviene che questi scandali non sono più rari. E v’ha chi li riguarda come opere di progresso sociale, e perfino come opere pie. Sì, saranno progresso e opere pie nel Buddismo indiano, nella religione cristiana, no, di certo.

E poichè ci vien nominata l’India, ricordiamo che là si veggono aggirarsi sui mercati e nei bazar certe vacche vecchie e piagose, le quali nessun Indù oserebbe discacciare, finchè non cadranno da sè, e lasceranno le ossa dove che sia. E il povero Indù è degno di compassione in questo stravagante rispetto per le vacche. Per la sua bestiale superstizione, la vacca è cosa sacra, compresovi anche il suo fimo. Ma chi vorrà difendere quei bravi parigini, i quali nell’anno di grazia 1903, aprivano un cimitero pei cani, pei soli cani, come osserva il P. Ghignoni indegnato, benchè zelante protettore dei protettori delle bestie. E quei degni cittadini della Città Luce vi aggiunsero un giornale, che doveva perpetuare le imprese dei morti illustri di quei cimitero. Non esageriamo nulla. Un motto, un verso per ricordare una bestia che ha bene servito il suo padrone, può passare. E nessuno censura i bellissimi faleuci di Catullo, in morte del passero d’una fanciulla amata, nè gli spiritosi versi del P. Gagliuffi sulle ossa d’un cane del San Bernardo, che avea salvata la vita a numerosi viaggiatori. II poeta conchiudeva dicendo: Quanti medici non potrebbero vantarsi di avere fatto altrettanto! – Siffatte onoranze funebri, leggiere e fugaci, camminano pei piedi loro: ma un collegio di giornalisti, occupati a celebrare le glorie cagnesche, è una celia che violenta il buon senso, e avvilisce la dignità umana.

Mi ricorderò sempre della profonda impressione di schifo che mi invase, una volta, che sopra il pubblico passeggio d’una grande città, vidi arrestarsi una vettura a due cavalli, guidata da due servitori in livrea. Quello del sederino balzò a terra e spalancò lo sportello. E chi ne discese? Due cagnacci, belli in verità, ma sempre cani. E giudicai animo villano quel chi che si fosse, il quale impiegava due cavalli e due uomini per far godere della lussuriante scarrozzata due cani, che troppo facilmente avrebbe potuto mandare a prendere aria con un semplice guinzaglio.

Ma più sporca (è proprio il luogo di questa parola) la fece un cotale o una cotale, che pubblicava in un giornale di protezione animalesca, questo avviso: «Si cerca, per adottarlo come un figlio, un bel gatto grosso, nero di preferenza, trattamento garantito eccellente, società piacevole, aria della campagna.» Così si leggeva nel Thierfreund di Vienna, da cui lo prende il Monde di Parigi, 6 giugno 1894. Ora si può essere thierfreund (amico delle bestie) quanto si vuole, senza cadere così basso da voler dare il nome di figlio ad un bruto. Nel1’antichita quella belva imperiale, che fu Caligola, tanto amò il suo cavallo Incitatus, che non fu contento finchè non l’ebbe sollevato all’onore di Console: ma non si sa che 1’adottasse, e ambisse il titolo di padre di quell’animale. Nella richiesta fatta al Thierfreund è un pervertimento di affetti umani, che, per onore dell’umanità, bramo attribuire ad irriflessione. Come si fa a supporre che un uomo o una donna non senta un ribrezzo invincibile a chiamare un gatto: Figlio mio?

Via via, spazziamo siffatti eccessi: Non ragioniam di lor, ma guarda e passa. È male il fanatismo per le cose sante, ridicolo per le cose umane, più che bestiale per le cose bestiali. Se la protezione degli animali è lodevole fin che si tiene nella sua giusta misura, non la rendiamo ridicola con gli eccessi importati dal settentrione. Siano persuasi gli stranieri alla stirpe latina, che in Italia ogni loro cimitero per animali, e così pure ogni spedale di gatti rognosi, di cani e di cavalli azzoppati, serviti da veterinarii e infermieri, non ha verun effetto onorevole pei paladini delle bestie nè proficuo alle bestie. Per le bestie inferme abbiamo uomini di professione per curarle, e per le bestie morte c’è lo scorticatoio, il carnaio, il letamaio: l’ospedale è un fuor d’opera: e chi ce ne parla ci lascia l’impressione d’un uomo patito nel pian di sopra.

Maggiormente poi che il costume in Italia è mitissimo colle bestie. Nelle buone famiglie si fa abbondare il cibo alle bestiuole domestiche, e magari le delizie al canarino, al merlo, al pappagallo, se ci è. Non troverete in tutte le case civili italiane tre signore che permettano sieno accecati i loro uccelletti canori, per farne dei cantaiuoli di mestiere, dedicati a ripetere eternamente due o tre ariette. Nessun portiere e così indiscreto da fare perticare i nidi delle rondinelle, che tornano alle solite case, ai soliti cornicioni. Non è niente raro che si dia l’aire agli uccelletti caduti in mano o colti nelle camere domestiche. Ed è notabile, che nelle case dove più alberga la pietà, più trionfa altresì la mitezza verso gli animali. Gatti, cani, polli, e compagnia stanno per lo più a grande agio ne’ conventi, e nei monasteri: appunto come osserva la divina Scrittura, che il giusto tien conto de’ suoi animali, e l’empio invece ha il cuor duro (Prov. XII, 10).

E il simile dicasi pure delle contadinanze italiane. Dovunque non lo impedisce la miseria, gli animali sono tenuti benissimo. E pei bovini specialmente, la buona massaia non va a riposo la sera, se non gli ha sentiti cominciare la ruminazione. Chi non ha osservato, come me, l’affettuosa cura che il contadino ha delle sue bestie, non può immaginarsela. Non è solo l’interesse, è l’affetto che parla. Bisognerebbe udire certi loro colloquii colle vacche, e sopratutto coi loro cavalli! E come le madri strillano, e gli uomini sensati scappellottano i discoli che in primavera vanno a bacchiare i nidi!

Ma si veggono qua e là lungo le redole dei campi impalati dei rospi; si trovano dei falchi inchiodati per le ali alle porte. Sì, è vero, e non è una bella cosa. Ma non è disamore verso le bestiuole, sì bene ignoranza, che crede di vendicare così le immaginarie malefatte di quegli animali. È qualcosa come la vendetta dei negri, che si affollano a maledire il leone caduto nella fossa apparecchiatagli, e opprimerlo di ingiurie e di puntate prima di finirlo.

(«La Civiltà Cattolica», a. 55, 1, 1904, pp. 682-687)

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