I diritti degli animali (parte IV)

(continua da: https://cattomaior.wordpress.com/2014/02/07/i-diritti-degli-animali-parte-iii/)

Capriolo ferito

VII. Esagerazioni di certe società e di certi musei.

Insomma la protezione degli animali non ha in Italia quasi altro vero compito che quello di vegliare sopra alcuni cavallari e mulattieri, i quali, come il profeta Balaam, si mostrano spietati contro le loro bestie, con offesa della mitezza umana. E a cotesto, mi duole il dirlo, poco o nulla conferiscono le società protettrici degli animali, le adunanze, le conferenze. Chi viene a smammolarsi di tenerezza in cotali ritrovi sono buone ragazze o signore, le quali non hanno a fare penitenza di avere bistrattati i loro canarini, o gatti soriani, o cagnoletti dell’Avana, che esse si portano ne’ loro panierini. Chi avrebbe da convertirsi sta lontano dalle missioni bestiofile. E poichè non ne abbiamo verun bisogno urgente; potremmo benissimo lasciare che chi ne ha bisogno, se ne provvegga, ed ancora contentarci che chi non ne ha bisogno, se ne passi.

Ma, mi riprendo, anche chi non ne ha bisogno, potrà pagarsi l’onore, la gloria, il bene di una Società bestiofila: e ciò pel grande e fondamentale diritto di pace pubblica, che ognun può fare di sua pasta gnocchi. Ma io lo supplicherei umilmente, che ci risparmiasse il terrore di «Una grande esposizione di stromenti di tortura, che gli agenti della Società son venuti via via sequestrando.» Diamo luogo al freddo e tranquillo ragionamento. Ammettiamo che esistano morsi che feriscono malamente le mascelle al cavallo, massime se è bocchiduro; ogni cavallaro che se ne accorgerà cercherà di migliorare il morso sanguinoso; e così il canattiere che si avvede della mordacchia, dolorosa al cane; così il boattiere che vede il bue balzare a traverso del solco quando viene stimolato col pungolo; così è molto più il cavaliere, che scendendo da cavallo si avvede che gli sproni hanno fatto sproniera, cercherà subito di rimediarvi. Nessuno ha interesse a nuocere alla sua bestia, ciascuno ha interesse a conservarla sana e forte. Se accade qualche offesa all’animale, è anche vicino il difensore e certa la difesa. Si tratta adunque di disordini che rientrano nell’ordine da per se stessi, e in sé sono tanto piccini, che a portarli innanzi come tragediabili, si riesce ad una farsa tutta da ridere. Vi sarà benissimo, certo vi può essere, una buona bambina, che bagni di tenere lacrimette quei così detti strumenti di tortura. Ma la gente seria si ricorderà che non occorre tirare alle farfalle collo schioppo nè ai passeri col cannone.

Del resto se altri s’incoccia a piantare il museo delle atrocità contro gli animali, è nel suo pieno diritto. Ora usano collezioni di tutto. Si potrebbe trovare un collezionista di tappi di bottiglia, quanto più di strumenti di tortura che alla collezione di tappi facesse il paio.

 

VIII. Una esagerazione empia.

Lasciamo qua sull’ultimo una esagerazione di protezione bestiale che consiste nel disapprovare e rigettare generalmente ogni uso di carni belluine. Or come una tale astensione può meritare il titolo di empia? Facciamo ad intenderci. Se alcuno oggi appunto, che corre il dì delle Ceneri, si risolvesse di praticare il suo digiuno quaresimale col rigore dell’antica xerofagia, la quale restringeva il vitto quadragesimale a semplici seccumi (come dice il nome) senza carni, nè latticinii, nè olii, non potrebbe incontrare riprensione. Siffatte severità furono communissime in Oriente tra i monaci, e in Occidente pure, specie nei monasteri inglesi, nei quali la penitenza fiorì quanto nei deserti di Egitto; e si sa dalla storia, che tali penitenti campavano anni annorum. Ora a questi asceti fervorosi sono succedute qua e là delle società di temperanza, le quali or più or meno si conformano agli antichi digiunatori, e prendono il nome di Vegetariani.

Di Vegetariani esistono più specie; prima, di quelli che professano astensione dalla carne per semplice amore d’igiene. E questi se la veggano coi loro medici, non inglesi nè anglo-sassoni. Costoro difficilmente sopporteranno 1’idea di sbandire dalla dietetica la bistecca: dalla quale alcuni di loro fanno dipendere non solo la sanità, ma il pensiero stesso, la filosofia, la politica, la religione.

Vi è poi il Vegetariano settario, settario spiritista. La buona gente semplice, ed anche quella che ha studiato alla università, senza tuttavia rinnegare le grandi verità del catechismo, non può agevolmente formarsi concetto dell’orgia di paradossi in fede e filosofia, che cova e fermenta tra, non dirò scienziati, ma studiosi moderni. E bene, sì, abbiamo dei professori e dei discepoli che ammettono la perpetua vicenda delle creature che compongono il loro Dio, sempre in atto di trasformarsi da una più semplice composizione ad una più complicata e perfetta, e così si avvicinano sempre meglio alla perfezione divina, entro cui saranno da ultimo assorbite. E può la divina legge di trasformazione anche tornare indietro, in guisa che 1’anima umana, dopo vissuto nel corpo di tale individuo, trapassi dopo morte in un corpo di bruto, e l’anima d’un dottore entri ad informarne un ciuco, un ciacco, un serpente. È vero che non tutti gli spiritisti accettano questa pazzeronata della metempsicosi umana in novella vita, bestiale; ma di costoro ce n’è buon numero, in generale tutta la genìa kardeciana, a Napoli, a Milano, a Vercelli, e specialmente a Teramo, ove fiorisce un’accademia che raccoglie le dottrine del Pagnoni morto, del Falcomer vivo, del Cavalli, e d’altri arrabbiati difensori della metempsicosi.

Altri riescono allo stesso punto non già per lo spiritismo sì bene pel teosofismo. Chi se lo penserebbe? Ebbene abbiamo, in piena Roma una Loggia teosofica, alla quale sono invitati pubblicamente più volte il mese, con biglietto a stampa, i Romani, a udire una conferenza, per lo più di idee buddiste o semibuddiste. Potremmo citarne le parole. Ma non vogliamo entrare in questo canneto, almeno per ora. Del resto tutti sanno che i teosofisti pencolano nel buddismo. E buddista è l’idea della metempsicosi, introdotta nel vecchio bramanismo indiano, che non la conosceva. Noi sappiamo di valorosi teosofisti e buddisti in Italia, che riguardano i cavalli come loro fratelli. È chiaro che tali buddisti italiani si asterranno dalle carni nè più nè meno che i buddisti indiani. Che farci? La frenesia può prendere a tutte le latitudini e longitudini geografiche, massime ove manca il solido senso religioso; e le scuole moderne in Italia sono fatte apposta non per insinuare la religione, ma per ispegnerla: e così può formarsi un buddista al Corso in Roma, come a Benares, la città santa degli Indù.

 

IX. Difficoltà e soluzioni.

Mi tarda di chiudere questo saggio con alcune obbiezioni, che formano talora qualche difficoltà alle buone persone, le quali s’immaginano veramente essere grave obbligo di ogni cittadino il favorire la protezione delle bestie. E non sanno capire come all’obbligo nostro non corrisponda un proporzionato diritto negli animali. E che gran male sarebbe, dicono essi, se noi sentissimo anche pei bruti qualche poco di quella carità, che i Santi mostrarono tante volte per questi, e che Iddio stesso sembra inculcare col suo esempio? Si sa che Iddio ama tutto il creato, e non odia, per sè, alcuna opera sua[n. 1: Sap. XI, 21.]; egli si piace di ammantare il giglio, più e meglio che il re Salomone[n. 2: MATTH. VI, 30.]; egli fece il piccolo ed il grande ed egualmente a tutti provvede[n. 3: Sap. VI, 8.]; si gloria di pascere i pulcini del corvo, e le fiere della foresta, e «il leoncello che ruggendo chiede il pasto a Dio [n. l: Psal. C. III, 21.].» Or che cosa guasterebbe un poco di carità per le bestie, che il loro Creatore espressamente ama e provvede?

Ecco ciò che si sente dire. E si dice per ignoranza, perchè è assurda la carità verso i bruti. La nobilissima regina delle virtù, la più divina, per così esprimermi, è nella benevolenza tra Dio e l’uomo, benevolenza che si fonda e si appoggia alla communicazione del bene [n. 2: «Amor super hanc communicationem fundatus est charitas.» S. TH.  2. 2. q. 23, a. 1.]. La communicazione dei beni, e nel possesso dell’Ogni bene che Dio offre all’uomo, e da parte dell’uomo la pratica della legge divina, la più perfetta possibile, per onorare la divinità. E la carità del prossimo è la stessa virtù onde si ama Iddio, in quanto viene estesa al prossimo amandolo per amore di Dio. E questo basta per dimostrare che carità non può essere verso i bruti: nè noi verso di loro, nè essi verso di noi possiamo concepire un desiderio d’alcun vero bene superiore, e perciò non profaniamo il nome venerando della Carità, mescolando sacra profanis.

Si contentino le buone signore ascritte alle società zoofile, perchè gli uomini poco se ne brigano, di chiamarsi tra loro col bel titolo di protettrici degli animali, di amiche delle bestie e thierfreunds a tutto spiano, ma schivino di chiamarsi Suore di carità delle bestie (cosa che fa nausea); e sappiano (ciò che punto non sospettano) che la massoneria è devota ancella delle società protettrici delle bestie, e non per altro che per confondere e cancellare 1’idea della vera carità cristiana. Dalla massoneria vengono quelle massime reprobe che la carità debilita, che la limosina avvilisce, che bisogna sostituirle l’altruismo armato de’ suoi diritti, e via via. Insomma si vorrebbe scancellare la bella parola latina charitas (amore) la bella parola greca philanthropia (amore dell’uomo), usate dallo Spirito Santo per bene e salute dell’umanità sofferente, e farne magari un cencio a servizio delle bestie. Mi ricordo di avere tanti mai anni fa, esaminato uno stampato, pubblicato dalla massoneria di Lisbona, nel quale si predicava la carità verso gli alberi e verso gli animali. Era un piccolo tentativo di buddismo. E me ne duole pel bravo Ministro degli alberetti e del campicello, niente buddista, ma prevenuto in questo dai massoni lisbonesi. È cosa saputa, che la massoneria detesta il fatto ed il nome della carità cristiana. E questa è una ragione di più per conservarla e non barattarle il nome, trasportandolo a ciò che non è e non può essere carità.

Le parole sopra riferite, colle quali il Signore mostra la sua affettuosa provvidenza che si stende sopra tutte le opere sue, rivelano la costanza e durevolezza, dell’atto divino nel conservarle all’armonia della creazione. Di vera carità divina per le creature irrazionali non è verbo nella divina Scrittura: la quale poi per contrario, riesce sommamente efficace e sublime nel parlare del precetto della carità verso Dio e verso il prossimo. Sono cose notissime, e me ne passo.

Ma i Santi non mostrarono vero affetto di carità per certi animali? L’abbiamo poc’anzi accennato nel proporre le difficoltà bibliche. E gli amatori delle bestie rastrellarono non pochi fatti dalle memorie di chiari amici di Dio, a fine di glorificare la povera protezione degli animali cogli splendori dei Santi. Io sono lungi dal negare o diminuire tali fatti, di cui si potrebbe comporre un giusto volume. So, e rammento e predico le pernici accarezzate dal grande Apostolo della carità, S. Giovanni; le fiere del bosco medicate da S. Biagio, secondo una leggenda, che o vera o verisimile rappresenta il pensiero antico. So pure i pesci arringati da S. Antonio di Padova ; la compassione di S. Francesco di Paola per le bestiuole uccise, i complimenti di S. Francesco d’Assisi a frate Agnello e frate Lupo; e altri fatti simiglianti. E tanto non dispregio tali fatti, che ne voglio aggiungere uno graziosissimo e quasi inedito. Il Venerabile Benedetto Cottolengo, di cui si tratta in Roma la causa di beatificazione, era innamorato de’ suoi canarini, e guarda che mai loro lasciasse mancare, oltre al solito becchime, anche le delizie del biscottini di Novara, e la zolletta dello zucchero. Ma queste carezze erano concedute colla espressa condizione, che quei canori uccelletti cantassero spesso le lodi alla Vergine Maria, dinanzi alla cui immagine pendeva la loro gabbia. La pia fama ripete che la condizione era benissimo intesa ed osservata. In ricordo della quale gentile poesia, anche al presente si mantengono nelle stanze abitate già dal Venerabile i pronipoti degli antichi canarini, già si docili al sant’uomo. E con grande piacere gli ho veduti.

Potrebbero i signori protezionisti anche osservare che i primitivi cristiani ebbero in gran favore parecchi animali, come attestano le catacombe romane, ornate di colombe, di agnelli, di pavoni, e spessissimo poi di pesci.

Ora quei disegni prediletti dei martiri antichi, e gli esempii tutti dei santi e dei primitivi fedeli hanno una spiegazione vivente in tutti i secoli e nei giorni nostri, spiegazione che nulla accenna ad affezione speciale per gli animali e molto meno a sentimenti caritatevoli inverso ad essi. I santi e i primitivi fedeli erano anime rette e dalla divina grazia illustrate; e facilmente dalle creature ascendevano alla speculazione del Creatore, giusta l’insegnamento dell’apostolo S. Paolo: concetto tanto nobile e razionale ad un tempo, che l’aveva pure insegnato Platone, nel celebre Dialogo dell’Amore, ove il filosofo pagano, ragiona della Suprema Bellezza che è Dio, come un Santo Padre cristiano: e ciò cinque secoli prima di S. Paolo. Le anime pie prendevano dolcezza scegliendo tra le creature da cui assorgere a Dio, appunto quelle che più spesso nelle divine Scritture furono già da Dio assunte come simboli: la colomba, dello Spirito Santo, l’agnello, del Cristo sacrificato; i pavoni usavano come simboli delle anime glorificate. Il pesce poi, che trionfa nelle catacombe, presentava (come ora sanno anche i pesciolini), presentava nel suo nome greco, ICQUS, l’acrostico di un atto di fede carissimo ai cristiani: […]

Niente vieta ai protettori e alle protettrici degli animali, di farsi scala degli animali a contemplare Iddio, e di valersi di tutti i simboli devoti a nutricare la propria divozione, coi simboli già usitati da pietose anime antiche, specie dai santi martiri. Niente vieta ai fedeli romei che arrivano in Roma, per lucrare il giubileo, e che quando sono in partenza di ritorno, fanno, com’è uso, un po’ d’incetta di divozioni e di gingilli, onde rallegrare poi la famiglia e gli amici, niente vieta, anzi è ottimo consiglio che si forniscano di gioielli cristiani, che troveranno presso i gioiellieri romani, l’agnello di Dio, il monogramma di Gesù Cristo, il Pesce di alto significato, onde si ornavano anche le antiche matrone cristiane. E sarà un vero bene una tale scelta intelligente e cristiana, anche per ovviare alla sfacciata invasione di gingilli pagani e grotteschi, il gobbetto porta fortuna, le bombe Orsini[n. 1: Le bombe Orsini, a tempo loro ebbero grande voga. Mi ricordo di averne trovato per ornamento ad un cordoglio che doveva sostenere una tenda, in un seminario, dove nessuno pensava all’infame senso di quei globetti di legno colle punte; e forse il tappezziere ci aveva pensato meno di ogni altro. La vidi pure in petto ad una dama piissima, nel momento che essa reduce da Parigi veniva a vedere una sua sorella, non meno pia di lei. Inorridirono entrambe, quando io, avuto in mano il gioiello, ne spiegai loro il senso, che era la glorificazione di un atroce assassino. La buona gente non se ne avvede, e la massoneria mette in onore i suoi cenci e i suoi eroi.], e sopra tutto i simboli massonici che oramai, coi loro triangoli e colle stelle pentagone, insudiciano tutto, i berretti dei fanciulli, gli ornamenti delle divise militari, le monete, le pillole dei ciarlatani, le pomate e i belletti dei profumieri, perfino gli invogli delle caramelle.

Insomma, per finire, il proteggere gli animali dalle vessazioni capricciose e crudeli di uomini rozzi, il giovarsene se si vuole a pensieri sublimi, e come di amminicoli di divozione al modo dei santi, sono opere lecite, ed onorevoli. Ma guardiamoci dalle esagerazioni, che d’un’opera umanitaria e cristiana, come la disse Leone XIII, farebbero un’opera ridicola e talvolta colpevole.

E se nelle grandi città può benissimo, come opera di civile progresso, sussistere onoratamente una società di protezione delle bestie, per chi la gradisse; non è tuttavia da farne il perno e il colmo della civiltà. Abbiam ben altre opere più efficaci e più urgenti di civiltà: la propagazione della fede, la santa Infanzia, le scuole d’Oriente, l’associazione antischiavista, la società delle missioni italiane, la lega contro la tratta delle bianche, la preservazione contro i protestanti, la società antipornografica, le banche rurali pel povero popolo, e cento altre, tutte degnissime di assorbire i nostri ozii e i nostri sussidii, con grande vantaggio della religione e della patria.

 

FINE.

(«La Civiltà Cattolica», a. 55, 1, 1904, pp. 687-695)

Questa voce è stata pubblicata in Apologetica, Teologica, Universale e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a I diritti degli animali (parte IV)

  1. Pingback: I diritti degli animali (parte III) | Catto Maior

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...