L’ambigua dottrina dell’Incarnazione nella Gaudium et spes

Nell’accesissimo dibattito sulla natura pastorale del Concilio Vaticano II e sulle presunte novità a livello teologico portate avanti (non si capisce bene con quale grado di autorità), uno degli elementi più critici riguarda al dottrina dell’Incarnazione. Tutto nasce dalla Gaudium et spes (22.2), che afferma, in modo innegabilmente ambiguo: Ipse enim, Filius Dei, incarnatione sua cum omni homine quodammodo se univit. Per fare il punto sulla questione, cedo la parola a Paolo Pasqualucci, che ha prodotto diversi contributi in proposito.

Oggi, comunque, nemmeno i difensori più accaniti del Concilio contestano la presenza di un certo numero di ambiguità nei suoi testi. Allora mi chiedo: possiamo negare al fedele il diritto di analizzare queste ambiguità alla luce dell’insegnamento tradizionale della Chiesa? Quando mi trovo di fronte a Gaudium et spes 22.2: «Infatti con l’Incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo», la mia prima impressione è quella di una frase che dice una cosa strana, mai sentita prima e nello stesso tempo ambigua. Ambigua, perché non si capisce come l’Incarnazione sia potuta avvenire “in ogni uomo” e che cosa voglia effettivamente dire “in certo modo” (quodammodo). Trovo poi che in un articolo del Catechismo della Chiesa Cattolica e nella prima enciclica di Giovanni Paolo II l’inciso “in certo modo” è stato tolto. Cosa devo concluderne, allora? Se il CCC e Giovanni Paolo II ci forniscono l’interpretazione autentica della frase in questione, ciò non significherebbe che il senso della frase è proprio quello di dire che l’Incarnazione non si è limitata al Cristo incarnatosi nell’ebreo Gesù di Nazareth, individuo storicamente esistito, ma si è avuta “in ogni uomo”. L’inciso “in certo modo” sarebbe allora pleonastico.

Ne risulta, comunque, che, con o senza il quodammodo, il pastorale Vaticano II avrebbe esteso il concetto dell’Incarnazione di Nostro Signore, includendovi “ogni uomo”. Questa dunque una delle grandi e straordinarie novità. Che sia negativa per il dogma, non c’è bisogno di esser teologi per capirlo. Infatti, viene spontaneo chiedersi: e come avrebbe potuto il Verbo divino unirsi alla natura peccaminosa di ciascuno di noi? Il dogma dell’Immacolata Concezione avrebbe ancora senso? E in quale “uomo” si sarebbe incarnato il Figlio di Dio? Solo negli uomini e nelle donne della sua generazione? E gli altri? L’impianto di Gaudium et spes 22 non implica forse l’idea che questa “incarnazione in ogni uomo” ha significato ontologico, che varrebbe quindi per gli uomini in generale, sino a oggi? Da qui l’ulteriore ambiguità di un discorso che getta nella confusione la dottrina ortodossa dell’Incarnazione, rendendola incerta e divinizzando l’uomo.

Se poi, procedendo sempre con metodo, confrontiamo Gaudium et spes 22.2 con l’insegnamento precedente della Chiesa, per vedere se la novità è “in armonia” con esso, cosa troviamo? Vi troviamo qualche spunto che l’anticipi? Troviamo solo qualche espressione presso i Padri della Chiesa, dal significato prevalentemente simbolico, che potrebbe prestarsi all’equivoco, se interpretata in modo errato[n. 28: Sulla corretta lettura della terminologia dei Padri della Chiesa in proposito vedi J. DÖRMANN, La teologia di Giovanni Paolo II e lo spirito di Assisi, I, pp. 61-63; B. GHERARDINI, Quod et tradidi vobis, p. 372.]. Ma in realtà, che nel pensiero dei Padri non ci sia posto per un concetto del genere, risulta da come intendono il generale l’Incarnazione nel suo rapporto all’uomo. Esso resta sempre un peccatore da salvare e la possibilità della salvezza gli è offerta proprio dall’Incarnazione dell’Unigenito, venuto in terra «a chiamare i peccatori non i giusti» (Mc, 2, 17), affinché si salvino grazie alla Chiesa da Lui stesso fondata. Invece, situando la celebre frase nel contesto di Lumen Gentium 22, si vede che essa giunge a coronamento di tutto un ragionamento (che non posso ricostruire minutamente qui), annunciante la “altissima missione dell’uomo”, al quale il Cristo avrebbe «restituito la somiglianza con Dio resa deforme dal peccato originale», in tal modo «svelando l’uomo a se stesso» e innalzando la natura umana (in generale) a una “dignità sublime”, in ogni uomo. A parte il fatto, come ha ricordato il prof. Dörmann, che il peccato originale ci ha fatto perdere la “somiglianza con Dio” (Tridentino), tutta questa concezione (che riflette notoriamente la particolare teologia di de Lubac) fa vedere un antropocentrismo completamente sconosciuto ai Padri della Chiesa. Nella “Lettera teologica” di san Leone Magno adottata all’unanimità dal Concilio di Calcedonia, che, nell’AD 451, definì perfettamente le due nature di Cristo, non vi è traccia dell’idea di un’incarnazione “in ogni uomo”. E che un’idea del genere rappresentasse una deviazione dottrinale, lo dimostra il fatto che essa fu combattuta da san Giovanni Damasceno (morto nel 749), la cui critica fu ripresa e teologicamente approfondita secoli dopo da san Tommaso.

(Paolo Pasqualucci, Cattolici, in alto i cuori!, p. 112-115)

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Apologetica, Teologica e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...