Un’omelia per il Giovedì Santo

Cari lettori, desidero augurarvi una buona Pasqua lasciandovi in dono la bellissima omelia, breve ma densissima, segnalatami da un amico e pronunciata due giorni fa da un parroco di campagna. Ne traiamo alcuni punti fermi fondamentali sia sul significato del sacerdozio sia su quello della Santa Messa, utili soprattutto in questi giorni di Passione e di Resurrezione.

Lavanda dei piedi, miniatura francese XII-XIII secCari fedeli, è straordinaria la Festa che celebriamo oggi all’inizio di questo Triduo, nel Giovedì Santo, quando Nostro Signore, per perpetuare la sua presenza nel mondo fino alla fine dei tempi, istituisce il sacerdozio e l’Eucarestia. Col sacerdozio Gesù Cristo rende partecipe una creatura mortale, un uomo, di tutta la sua grazia, della sua autorità, del suo potere. Se ci pensate è qualcosa di straordinario: una creatura diventa depositaria di qualcosa che infinitamente la supera.
Questo ha fatto Gesù Cristo nel cenacolo; di questo oggi facciamo memoria, grata alla Provvidenza e alla divina condiscendenza; questo fa il vescovo, il successore degli Apostoli, quando con il rito dell’ordine comunica, trasmette, conferisce il munus sacerdotale, il potere sacerdotale, e un giovane non è più quello di prima. Quel giovane non è più lo stesso che era entrato prima nella cattedrale per essere ordinato sacerdote; è stato totalmente afferrato, riempito nella grazia di Cristo che egli dovrà trasmettere inalterata nella predicazione, nella celebrazione della Santa Messa, nei Sacramenti, nella carità. Sì, il nuovo sacerdote dovrà avere come unico programma di vita non fantasmagorici piani pastorali, non progetti politici, non rivoluzioni socialiste, ma soltanto Gesù Cristo. Solo Gesù Cristo.
Il sacerdote ha da essere un alter Christus, un altro Cristo visibile, potrei dire quasi tangibile, deve dare parola, braccia, mani, sguardi a Cristo, perché egli cammina lungo le strade della nostra storia. Sì, il sacerdote potrà essere un altro Cristo soltanto se sarà devotamente un altro Cristo sull’altare quando compie l’atto più giusto, l’atto più vero, l’atto più buono, l’atto più santo di tutto il mondo che è la Santa Messa. Non vi è atto più bello che il sacerdote possa compiere, non vi è dovere più pieno che egli abbia a esercitare che quello di celebrare con devozione la Messa, per i vivi, per i defunti, per le anime in difficoltà, per le famiglie, per la comunità a lui affidata perché cresca nella santità.
E perché ho detto questo? Siamo cattolici tutti e se adesso entrasse un protestante o qualcuno di un’altra religione e vi chiedesse: «Ma cos’è la Messa? Perché è così importante? Che cos’è la Messa?» Ora non voglio sentire le risposte, ma la risposta deve essere secondo verità questa e solo questa: la Messa rinnova l’offerta di Cristo sul Calvario, la Messa è la Croce, la Messa è il Calvario, la Messa è Cristo che si offre sulla Croce. Questa è la Messa! C’è qualcosa di più importante di Cristo che si offre sulla Croce sui nostri altari? No, no, cari fedeli, non c’è niente! Dunque un sacerdote zelante e decoroso nei divini misteri, nella celebrazione dell’altare, sarà anche un alter Christus, un altro Cristo, nel ministero, nella vita, nell’apostolato, nelle relazioni.
Un santo vescovo così diceva nel secolo scorso: ecco in definitiva il cuore, l’essenza e lo scopo stesso dell’ordinazione: il santo sacrificio della Messa. È proprio quello che dice il Concilio di Trento: lo scopo del sacerdozio è consacrare offrire amministrare consacrare l’Eucarestia, far venire Gesù che è Dio sui nostri altari, offrirlo di nuovo a Dio Padre per la salvezza delle anime e darlo alle anime. Che mistero mirabile, semplice, ma quanto sublime! Dare alle anime Cristo, condurre le anime a Cristo, far scendere Cristo sulla terra, cari fedeli, pensiamoci! Siamo troppo abituati a pensare che c’è il prete che fa qualcosa; no, non fa qualcosa! Presta il suo corpo a Cristo e noi dobbiamo unirci a lui nel rito della Messa, unirci con devozione, con spirito di offerta, con spirito di preghiera, in spirito di umiltà, non pretendendo di comprendere tutto della Messa, neanche il sacerdote comprende tutto e neanche il sacerdote comprende tutto se stesso. Diceva il santo curato d’Ars: il sacerdote si comprenderà soltanto in Paradiso, perché è talmente grande questo dono e questo mistero che gli è stato conferito da Nostro Signore.
La Messa è il Calvario e la Messa, perpetuando il sacrificio di Cristo sulla croce, lo fa scendere dal cielo in un piccolo frammento di pane che rimane per essere venerato nei nostri tabernacoli, nelle nostre chiese. La Chiesa è sempre piena, è sempre viva, è sempre popolata dalla presenza vera, reale e sostanziale di Cristo. Non è un simbolo l’Eucarestia, non è un segno, ma è la presenza vera, reale e sostanziale! Così ci dice il Concilio di Trento. Ecco perché dobbiamo venerarla, cari fedeli, ecco perché dobbiamo accostarci con tanta umiltà e devozione all’Eucarestia, ecco perché dobbiamo avere quel rispetto che si ha soltanto verso Dio, ecco perché le antiche norme della Chiesa che i papi hanno sempre osservato – compreso papa Francesco – spingono il fedele a ricevere la comunione con devozione sulla lingua! San Tommaso ricorda che tutto quanto tocca l’Eucarestia deve essere consacrato: il corporale, l’altare, la pisside, le mani del sacerdote. Ecco perché questo dono del cielo viene largito con tanta devozione e con tanta attenzione nelle bocche e nei cuori dei fedeli.
Carissimi fratelli e sorelle, tra poco assisteremo alla lavanda dei piedi, che abbiamo capito essere un segno dell’Eucarestia. San Giovanni non ricorda il racconto dell’ultima cena, che anticipa il Calvario, ma pone al posto dell’ultima cena la lavanda dei piedi. Sì, San Giovanni dunque fa diventare la lavanda dei piedi il segno dell’Eucarestia, o potremmo dire meglio: il segno di ciò a cui deve portarci l’Eucarestia se la riceviamo con devozione, con umiltà e con retta intenzione. L’Eucarestia così ricevuta, cari fedeli, ci deve portare alla carità fraterna; se questo non accade non è colpa dell’Eucarestia che è sterile, ma della nostra anima che è distratta, che ha altro dentro di sé, che vorrebbe altro dall’Eucarestia, e l’Eucarestia certamente concede solo ciò che è il bene per quell’anima e non ciò che invece la porterebbe su altre vie che la portano alla perdizione. Sì cari fedeli, nutriamoci dell’Eucarestia, preparati, devoti e ben purificati nell’anima con la Santa Confessione. Accogliamola come un figlio che riceve il più grande dei doni, Gesù Cristo Signore Nostro, e progressivamente la nostra vita sarà sempre più profumata del buon profumo di Cristo, il profumo della virtù, il profumo dell’umiltà, il profumo della misericordia, il profumo del perdono, il profumo della carità. Così sia.
(17 Aprile 2014)

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