La Basilica Lateranense

Quest’oggi vi offro qualche nota archeologica – in senso lato – sulla celeberrima Basilica Lateranense a Roma, attingendo dalla miniera preziosissima del venerando cardinale Schuster.

Basilica Lateranense

Basilica Lateranense del Divin Salvatore

Il Laterano entra la prima volta nella storia ecclesiastica nell’anno 313, quando, al riferire d’Ottato di Milevi, venne celebrato tra le sue mura sotto papa Milziade un concilio contro i Donatisti. «Convenerunt in domum Faustae, in Lateranis»[De schism. Donat. I, 23, P. L. XI, col. 931.]. Fu precisamente verso questo tempo, che Costantino aveva donato alla Chiesa Romana l’antico palazzo dei Laterani, che era venuto probabilmente in suo possesso siccome porzione della dote di sua moglie Fausta, sorella di Massenzio.
A partir di quell’epoca, il Laterano divenne la residenza abituale dei Papi, e come tale, può essere da noi riguardato siccome un vivo monumento, anzi una religiosa Reliquia di quella lunga serie di Pontefici santi che vi risiedettero durante quasi dieci secoli. Quanta storia, dunque, quanta poesia, quanta arte tra quelle mura quasi due volte millenarie, e che videro una dinastia pontificale assai più diuturna che non qualsiasi altra più lunga dinastia di sovrani.
Fu là, in Laterano, che, ad insinuazione di papa Silvestro, Costantino trasformò, o eresse la prima basilica dedicata in Roma al Salvatore. Ed avvenne così che le sale termali del vecchio palazzo di Plauzio Laterano, caduto vittima della crudeltà di Nerone, furono trasformate in battistero cristiano, dove trionfò appunto quella medesima Croce che Nerone aveva voluta precisamente divelta dalla Città dei sette colli. Il bottino di Nerone divenne dopo tre secoli la pacifica eredità dei successori di san Pietro.
La disputa se il Laterano, o non piuttosto la basilica vaticana sia la cattedrale di Roma, non ha senso per gli antichi secoli ai quali noi ci riferiamo. Sarebbe un anacronismo parlar di cattedrale a Roma nell’alto medio evo, quando col sistema della liturgia stazionale il Papa ufficiava, non già una determinata chiesa, ma tutte quante le basiliche e i titoli urbani e del suburbio. Egli nell’alto medio evo risiedeva bensì nel vecchio palazzo di Fausta: quando tuttavia doveva celebrare qualche solennità, l’Epifania, il battesimo pasquale, l’Ascensione, la Pentecoste, le sacre Ordinazioni, le incoronazioni dei re, allora era sempre in san Pietro dove si adunava la stazione, perché era là che nel battistero si conservava la cattedra di san Pietro. Era perciò là che il Papa doveva iniziare il suo pontificato; era ancor là che lo doveva chiudere colla sua sepoltura.
Solo più tardi, col declinare del sistema liturgico stazionale e collo svilupparsi dell’esteriore potenza del pontificato, prevalse il concetto fondato sullo stato di fatto che, essendo il Laterano la residenza pontificia, ne fosse perciò anche la cattedrale in confronto cogli altri titoli dell’Urbe. Questo concetto venne formandosi a poco a poco; e si affermò in tutto il suo possente splendore verso il secolo VIII, quando precisamente l’episcopium divenne anche la sede del governo, ed il successore di Silvestro raccolse indiscutibilmente nelle sue mani la duplice eredità di Pietro insieme e di Costantino.
Di fronte alle varie giurisdizioni monastiche, capitolari o vescovili che vennero allora a disputarsi i vari santuari dell’Urbe, la basilica del Salvatore assorse all’altezza di simbolo dell’universale autorità pontificia. In conseguenza di che, non bastò più che dei semplici monaci o dei chierici celebrassero le divine lodi in quel sacro recinto. Come sugli altari dei Principi degli Apostoli Pietro e Paolo, già da più secoli i presbiteri dei vicini titoli, si davano quotidianamente il turno per la messa solenne, così adesso per l’altare del Laterano non altri vennero designati a fungere da celebranti ebdomari nella cattedrale del Papa che gli stessi vescovi suburbicari. Il primo nucleo del collegio cardinalizio attorno al Pontefice, in tal modo era costituito.
Ed eccoci giunti alla famosa iscrizione in versi leonini, incisi sull’epistilio del portico del Laterano:
DOGMATE PAPALI DATVR AC SIMVL IMPERIALI
QVOD SIM CVNCTARVM MATER ECCLESIARVM
HIC SALVATORIS CAELESTIA REGNA DATORIS
NOMINE SANXERVNT CVM CVNCTA PERACTA FVERVNT
QVAESVMVS EX TOTO CONVERSI SVPPLICE VOTO
NOSTRA QVOD HAEC AEDES TIBI CHRISTE SIT INCLYTA SEDES
Per diritto papale insieme ed imperiale, è stabilito che io sia la Madre di tutte le Chiese. Quando l’intero edificio fu terminato, vollero intitolarmi al Divin Salvatore, largitore del regno celeste. A nostra volta, con umile voto a te rivolti noi ti preghiamo, o Cristo, perché tu di questo illustre tempio faccia la tua sede gloriosa.
Cattedrale Pontificia e Madre di tutte le Chiese, la basilica del Salvatore della fede del mondo cattolico è stata sublimata alla dignità di simbolo dell’autorità pontificia. Lo affermava già Dante con quei versi:
Vedendo Roma e l’ardua sua opra,
Stupefaceansi, quando Laterano
Alle cose mortali andò di sopra[Parad. XXXI, 34.].
La liturgia poi ha consacrato anch’essa questa fede dalla famiglia cattolica, collo splendore dei suoi riti: di guisa che, le odierne encenie lateranensi, da Pio X sono state equiparate di grado alle maggiori solennità del ciclo festivo, col rito cioè di doppio di seconda classe per tutta la Chiesa latina.
E così la liturgia ha risolto praticamente in favore della basilica del Salvatore la questione agitata già col tempio vaticano, a qual dei due spetti cioè la dignità di sede cattedrale pontificia.
Inchiniamoci pertanto venerabondi a baciare la soglie di questa sacra aula del Salvatore, nella quale all’indomani della vittoria Costantiniana ad saxa rubra, primo brillò agli occhi dei Romani stupefatti il labaro gemmato e sfavillante del trionfatore: EN•TOYTO•NICA. In hoc vinces. E qui davvero il Pontificato Romano, per lungo corso di secoli alternando lotte e trionfi, giorni di umiliazione e di lieta vittoria, EN TOYTO, nell’unico segno della Croce, ha combattuto ed ha vinto il mondo, senza che mai le potenze dell’Averno, le portae inferi, siano riuscite a prevalere contro la Chiesa.
Abbiamo già detto che la festa non è antica; quindi neppure il formulario della messa, la quale, tranne le collette, la si prende interamente dal 13 maggio per la dedica del Pantheon.
Nell’antica liturgia Romana, le encenie erano regolarmente considerate siccome feste in onore dei Santi ai quali il tempio veniva dedicato, e dei quali perciò si celebrava anche l’ufficio. Ecco quindi le ricorrenze dei santi Filippo e Giacomo (1 maggio), di san Pietro in Vincoli (1 agosto), di santa Maria Maggiore (5 agosto), di san Michele (29 settembre), di santa Cecilia (22 novembre) ecc., che in origine non ricordavano altro che le encenie delle rispettive basiliche a Roma. Se l’odierna festa fosse antica, invece del Comune Dedicationis Ecclesiae, noi oggi avremo certamente una bella messa – quella magari di Cristo Re – in onore del Divin Salvatore. Invece la basilica Lateranense, quando ha voluto conseguire la propria festa titolare, ha dovuto adottare quella della Trasfigurazione, istituita soltanto sotto Callisto III.
(Card. A. I. Schuster, Liber Sacramentorum. Note storiche e liturgiche sul Messale Romano, vol. IX, pp. 127-130)

 

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