Fare i conti con il passato

Non si può pretendere di uscire da una crisi proiettandosi avanti con un salto nel vuoto. Occorre, al contrario, radicarsi nel passato e portare avanti quanto di autentico e di prezioso s’è conservato, tramandato – si può dire – da sempre. Ecco così uno dei tanti errori tipici della contemporaneità, che si affanna in continuazione alla ricerca di chissà quale rinascita, quando, in realtà, annaspa sempre più nel proprio vuoto.
Sull’importanza di questo rivolgersi al passato per costruire il presente e il futuro ha insistito Gilbert Keith Chesterton, un grande maestro che molto può ancora insegnare a noi cattolici superstiti e assediati. Prendo un passo dal recente libro di Fabio Trevisan (Quella cara vecchia pipa. Le piccole cose, le canzoni, le favole, la tradizione in Gilbert Keith Chesterton) dedicato interamente alla presentazione, molto suggestiva, del pensiero dell’autore londinese. Si noti inoltre come la riflessione conclusiva, dedicata alla grande e pericolosa differenza tra “rottamare” e “aggiustare”, proponga interessanti – e inquietanti – considerazioni relative al premier Matteo Renzi, da tempo autoproclamatosi “rottamatore”: che la sua teologia della storia (e della politica) venga resa inoffensiva prima che non resti più nulla del nostro glorioso Passato!

Chesterton alla scrivania
Chesterton vedeva quindi nel collegamento con il passato un possibile antidoto alla crisi e reputava stolto chi non si fosse guardato indietro e non avesse perso in considerazione e confrontato il bene della tradizione e del ritorno all’ordine antico:

La coscienza moderna è spinta a forza verso il futuro dal senso di stanchezza (non disgiunta da paura) con il quale guarda il passato… il futuro è un rifugio dalla competizione feroce con i nostri antenati. Sono le generazioni passate, non quelle a venire, che bussano al nostro uscio.

Fa venire in mente quanto Giovannino Guareschi (1908-1968), che potrebbe essere chiamato per molti aspetti “il Chesterton italiano”, aveva scritto in uno dei suoi primi racconti di Mondo piccolo, quando evocava il ritorno delle generazioni passate che battevano all’uscio di casa (Venivano da lontano è il titolo del racconto. Chesterton reputava quindi basilare il recupero del passato e stigmatizzava l’esito folle di un’umanità che aveva scisso quel “cordone ombelicale” naturale che lo collegava con la fonte della storia e della vita:

Il risultato di questo atteggiamento moderno è che gli uomini inventano nuovi ideali perché non hanno il coraggio di tentare di perseguire quegli vecchi… tutti gli uomini che, nel corso della storia, hanno davvero realizzato qualcosa avevano lo sguardo rivolto al passato… Per qualche strana ragione l’uomo pianta sempre i propri alberi da frutto in un cimitero. L’uomo può trovare la vita soltanto in mezzo ai morti.

Una società che si sbarazza facilmente della propria storia, delle radici cristiane dei propri antenati, del credo delle proprie madri e della fatica dei propri padri, è possibile che si scrolli di dosso tutte queste cose appartenute ai propri cari di immenso valore storico e affettivo. Alle ragioni di un credo religioso e morale si antepongono i sentimenti e le passioni dell’uomo moderno che, in forza del “mi piace” o “non mi piace”, rottama i beni del passato considerati antiquati e inutilizzabili oggetti in confronto agli allettanti utensili tecnologici proposti dalla pubblicità progressista. “Rottamare” quindi, come aveva intuito Chesterton, sarebbe stato il verbo che avrebbe sostituito spudoratamente il più consono alla natura umana “aggiustare”: «Aggiustare significa rinforzare… credo nella famiglia e pertanto aggiusterei la famiglia come aggiusterei una sedia che ha bisogno di riparazioni… rottami una cosa perché non ti piace». Se quindi “aggiustare” significava rinvigorire, “rottamare” voleva dire indebolire, in quanto i due verbi esprimevano due visioni del mondo e due concezioni opposte.
(Fabio Trevisan, Quella cara vecchia pipa, cap. XI. L’antidoto alla crisi, pp. 114-115)

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