Chesterton sulle donne e sulla vita domestica

Si sta diffondendo sempre di più, nel mondo cattolico ma non solo, la splendida riflessione di Costanza Miriano sul ruolo della donna (e dell’uomo), soprattutto per quanto riguarda la sua qualità fondamentale della sottomissione costruttrice e fortificante, a cui corrisponde – o dovrebbe corrispondere – l’impegno totale del marito verso la propria famiglia. Considerazioni simili faceva già, per altro con pari forza comunicativa, Gilbert Keith Chesterton, che tra le prime avvisaglie dell’imminente degenero della società fiutava già un pericolo mortale. Ecco allora che il grande scrittore individuava nella donna il punto positivo di ripartenza, il nido di autenticità da preservare dalle logiche consumistiche ed edonistiche che si stavano man mano diffondendo rapidamente, insomma il “cuore rosso che palpita” della famiglia.

Per apprezzare il pensiero di Chesterton ci viene in soccorso, anche questa volta, Fabio Trevisan, che con la consueta acutezza riesce a comunicare con precisione il delinearsi della visione dell’amato scrittore inglese: dalla minaccia costituita dall’avanzare delle nuove mentalità alle caratteristiche specifiche delle donne, dalla loro vera emancipazione (non dalla vita famigliare ma all’interno di essa e grazie a essa) alla loro naturale polifunzionalità, dalla difficile conciliazione tra casa e lavoro al loro ruolo armonizzatrice. Quanto andrebbero ascoltate queste parole, oggi che si propagandano in continuazione fandonie umilianti (beceri femminismi e ideologia del gender in primis)!

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Cosa bisognava fare per conservare nel mondo l’antica saggezza contro il logorio della vita moderna? Innanzitutto si doveva smascherare ciò che stava dietro quello che Chesterton chiamava “l’apparente tumulto”, ovvero la pigrizia nel pensare, e la condizione d’animo migliore era quella di poter assaporare, con una nobile leggerezza, le meraviglie del creato. C’era però molto di più da fare: sfidare la società industrialista e specialistica su un campo più vasto del ristretto “meglio di sé”, offrendo l’opportunità all’uomo comune (e alla donna) di dare “tutto di sé”. In che modo si sarebbe dovuto operare? Chesterton non aveva dubbi al riguardo: assicurare una metà dell’umanità (l’universo della donna) a esercitare una visione “universalista”, a essere un “cuore rosso che palpita”, l’anima del focolare domestico:

La moglie è come il fuoco, illumina e arieggia, non con sconvolgenti rivelazioni e pensieri sfrenati, ma meglio di come può fare un uomo dopo aver passato la giornata a spaccare pietre o a fare lezione… La donna deve essere una cuoca, ma non competitiva; deve essere una maestra di scuola, ma non una maestra competitiva; una decoratrice di case, ma non competitiva; una sarta, ma non una sarta competitiva. Dovrebbe avere non un singolo lavoro ma venti hobby.

Alla cosiddetta e, per certi versi, legittima “emancipazione della donna”, Chesterton contrapponeva “l’emancipazione della vita domestica”; della vita domestica e non dalla vita domestica. Per preservare il compito universale di salvaguardia dell’umanità e della società intera non si doveva sottoporre la donna alla crudeltà della fatica competitiva e burocratica. Altro che pari opportunità! Nella mentalità contemporanea, inquinata da continui e ripetuti sistemi ideologici (o, come si dovrebbe semplicemente chiamarli, corto circuiti del pensiero) che hanno cancellato ogni differenza naturale tra uomo e donna, il pensiero di Chesterton potrebbe suscitare oggigiorno disapprovazioni e persino risa di scherno. Lo scrittore inglese, in realtà, desiderava davvero “liberare” le donne:

Le donne non le si lasciava a casa per restringere la loro libertà; al contrario, le si lasciava a casa per dare loro spazio. Il mondo fuori di casa era un ammasso di grettezza, un labirinto di sentieri stretti, un manicomio di monomaniaci. Soltanto a patto di essere protetta e limitata (sia pure parzialmente), la donna poteva essere messa in condizione di svolgere cinque o sei professioni, avvicinandosi così a Dio come un bambino quando gioca ai mestieri più disparati.

Il nocciolo della discussione sul ruolo storico della donna non poteva prescindere dal realismo della donna, dal suo equilibrio materno e dalla sua natura autenticamente “universalista” che le impedivano di diventare puramente morbosa. Chesterton non voleva assolutamente negare l’oppressione della donna e le condizioni di vita molto dure che la donna, in diverse circostanze, aveva subito: «Non nego che anche quando vigevano le antiche tradizioni, per le donne la vita fosse più dura degli uomini: ecco perché ci togliamo il cappello davanti a loro». Chesterton però dubitava che le donne fossero state solo allora vittime di ingiustizie, in quanto era convinto che fossero ancor più tormentate, nella società moderna, dall’assurdo tentativo di farle contemporaneamente regine della casa e funzionarie competitive. Queste riflessioni di un gigante del pensiero come Chesterton andrebbero poste a tutti coloro (e sono tanti) che discettano, anche con grande enfasi, sulla conciliazione nella donna tra casa e tempi di lavoro fuori casa. Dinanzi allo sfacelo della famiglia e della mancata accettazione del ruolo indispensabile di ciascuno, nessuna persona sapeva stare più al proprio posto. La donna, che per Chesterton rappresentava l’idea della salute, assumeva quindi un ruolo centrale e basilare per la sanità collettiva: «La sua cosiddetta subordinazione e persino la sua arrendevolezza sono, in realtà, sostanzialmente la subordinazione e l’arrendevolezza di una medicina universale; ella cambia come cambiano le medicine, a seconda della malattia». Il mondo malato aveva bisogno di medicine per curarsi: il “profilo della sanità e della ragionevolezza” aveva a che fare molto da vicino con il “profilo dell’arrendevolezza” in cui la donna fungeva da equilibratrice:

Deve essere ottimista con il marito che non sta bene, deve fare mostra di salutare pessimismo davanti a un uomo troppo spensierato… La donna mantiene in equilibrio una barca sedendosi dalla parte del più debole. La donna è una bilanciatrice: il suo è un lavoro generoso, pericoloso e romantico.

Ecco perché il cuore rosso della casa, come il focolare domestico, non doveva smettere di palpitare: i neonati non avevano bisogno di imparare un mestiere, ma di essere introdotti nel mondo. Chesterton non riusciva a capire come si poteva snobbare o addirittura denigrare il lavoro domestico. Egli riconosceva e valorizzava l’immane faticoso compito della donna e il suo ruolo talmente preponderante e autoritario da fargli riconoscere:

Quando gli uomini vogliono apparire senza fallo solenni, come nel caso di giudici, sacerdoti e re, allora indossano la gonna, il lungo frusciante abito della dignità femminile. Il mondo interò è retto dalle sottane, poiché persino gli uomini le indossano, quando desiderano governare.

Alla luce di queste riflessioni e della constatazione della moderna capitolazione della donna, Chesterton poteva ironicamente affermare: «Se una cosa vale la pena di essere fatta, vale la pena di farla male». La poliedricità e l’universalità del lavoro domestico non potevano concedere un atteggiamento da “specialisti” nel fare le cose: bisognava accettare di farle, anche se non sempre in modo perfetto.
(Fabio Trevisan, Quella cara vecchia pipa, cap. IX. Un cuore rosso che palpita, pp. 100-104)

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