Il Credo di Abelardo

Abelardo è un personaggio famoso più per la sua tormentata vicenda amorosa con Eloisa che per la sua importanza all’interno del dibattito teologico del XII sec., peraltro di eccezionale portata specie nel dibattito – e nello scontro – con San Bernardo di Chiaravalle. Non è qui opportuno entrare nelle sottigliezze del loro contendere legato al dogma trinitario, laddove – in estrema sintesi semplificativa – Abelardo tendeva ad affermare l’insondabilità del divino e scivolava pericolosamente verso concezioni unitariste della Trinità, né esaminare i motivi per cui i concilio di Soissons (1121) e di Sens (1140) condannarono il teologo bretone, ma ritengo meriti attenzione la lettera, non priva di piglio polemico, che Abelardo scrisse a Eloisa – dopo la loro separazione e il relativo ritiro a vita monastica – riguardante i termini dogmatici della propria fede. Per comodità ne fornisco la traduzione italiana di N. Cappelletti Truci revisionata da Claudio Leonardi per la splendida raccolta Il Cristo. vol IV. Testi teologici e spirituali in lingua latina da Abelardo a San Bernardo.

Abelardo ed Eloisa miniaturaLettera XII a Eloisa
O sorella mia Eloisa, un tempo a me cara nel secolo, ora carissima in Cristo, odioso mi rese al mondo la logica. Dicono infatti alcuni perversi e pervertitori, la cui sapienza ha il solo scopo di portare a rovina gli altri, che io sono abilissimo nella logica, ma molto debole in san Paolo. E pur riconoscendoti l’acutezza dell’ingegno, ti tolgono la purezza della fede cristiana perché, almeno mi sembra, si lasciano indurre a giudicare più dalla propria opinione che dall’autorità dell’esperienza. Io non voglio essere tanto filosofo da ripudiare Paolo; non voglio immedesimarmi tanto in Aristotele da separarmi da Cristo, perché «non c’è, sotto il cielo, altro nome per il quale possa salvarmi». Adoro Cristo regnante alla destra del Padre. Stringo con le braccia della fede colui che, incarnato nella vergine per opera del Paracleto, opera divinamente cose gloriose. E perché tu tolga dal tuo semplice cuore ogni trepidante sollecitudine e ogni dubbio, sappi da me direttamente che ho fondato la mia coscienza su quella pietra sulla quale Cristo edificò la sua Chiesa. E quel che è scritto su questa pietra te lo dirò in breve.
Credo nel Padre, nel Figlio, nello Spirito santo, per sua natura unico e vero Dio; che nelle persone si testimonia come Trinità, in modo da mantenere sempre l’unità nella sostanza. Credo che il Figlio sia in tutto uguale al Padre, in eternità, in potenza, in volontà e in opere. Non voglio seguire Ario che, spinto da ingegno pervertito, o meglio sedotto da spirito demoniaco, ammette delle gradazioni nella Trinità, sostenendo il dogma secondo cui il Padre è maggiore e il Figlio minore, dimentico del precetto della Legge, che dice: «Tu non salirai per gradi al mio altare». E senza dubbio ascende per gradi all’altare di Dio chi pone nella Trinità un prima e un poi. Do testimonianza che anche lo Spirito santo è in tutto consustanziale e uguale al Padre e al Figlio, come colui che nei miei libri spesso ho indicato col nome di Bontà. Condanno Sabellio che, identificando il Padre e il Figlio nella stessa persona, ritenne che il Padre abbia sofferto la passione; onde i suoi seguaci sono detti «Patripassiani».
Credo anche che il Figlio di Dio si sia fatto figlio dell’uomo, e che la sua unica persona consista di due e in due nature. E che, dopo avere portato a termine il compito che si era assunto facendosi uomo, soffrì la passione, morì e risorse, salì in cielo e verrà a giudicare i vivi e i morti. Affermo anche che col battesimo vengono rimessi tutti i peccati, e che abbiamo bisogno della grazia sia per metterci sulla via del bene sia per portarlo a termine, e che con la penitenza ci rigeneriamo dai peccati. In quanto alla resurrezione della carne, non c’è neppure bisogno ch’io ne parli, perché sarebbe vano che mi gloriassi di essere cristiano se non credessi che un giorno risorgerò.
Questa è la fede in cui sono fermo, dalla quale ricavo la sicurezza della speranza. Ancorato a essa per la mia salvezza, non temo i latrati di Scilla, mi rido del gorgo di Cariddi, non pavento i canti ferali delle Sirene. Se il turbine irrompe non mi scuoto; se i venti soffiano non mi muovo; perché le mie fondamenta poggiano su una salda pietra.
(Abelardo, in Il Cristo. vol. IV cit., pp. 28-31)

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