Guareschi e il sano umorismo

Oggigiorno si insegue incessantemente la risata, ma quasi sempre in modo forzoso, affettato e malinconico. Si cade, troppo spesso, in un’affannosa brama di divertimento spiccio, che possa nascondere in qualche modo il vuoto totale che attanaglia e riempie l’uomo moderno. Ne risulta un umorismo malato, un ridere sciocco e volgare, in un contesto che rimane costantemente identico nella propria inconsistenza. Invece, la carica vincente della saga di Don Camillo di Guareschi nasce da un diverso punto di vista sul mondo, che a sua volta nasce da un diverso sentire, da una specifica Fede. Ci aiuta a entrare in profondità nell’orizzonte guareschiano il duo Gnocchi&Palmaro, capace di illustrare con semplicità la fondamentale differenza tra l’umorismo relativista di un Pirandello e quello caritatevolmente cristiano di Guareschi.

Guareschi è terapeutico. Nel senso che appartiene a quella esigua famiglia di scrittori che fanno bene alla salute dei lettori. Certi romanzi, anche di pregio – perfino alcuni grandi capolavori della letteratura mondiale – rattristano, mettono di cattivo umore, fanno venire il mal di stomaco, addormentano, infastidiscono. Con Guareschi è diverso. Il suo marchio di fabbrica è garanzia di una lettura fresca, rasserenante, seria e insieme allegra, pensosa e insieme divertente. Guareschi vuole dire sorriso.
La ragione di questa piccola magia è presto detta: Guareschi rende migliori i suoi lettori. Li afferra all’inizio della pagina con la sua abilità narrativa, e li restituisce alla fine del racconto, magari un po’ più commossi, di solito un po’ più allegri, ma sempre con uno sguardo nuovo sulla vita di tutti i giorni. Uno sguardo buono, che comincia a vedere nelle cose e dietro alle cose l’esistenza di un destino lieto. Qui c’è qualche cosa di molto più grande e di molto più difficile dell’arte di saper far ridere. Alcuni autori sanno inventarsi situazioni o personaggi che muovono il pubblico alla risata. È un’arte anche questa, ed è un’arte benedetta. Ma in Guareschi la faccenda è diversa. Perché nella sua lettura il meccanismo umoristico segue un movimento capovolto rispetto a quello abituale. Nel senso che l’umorismo è di solito uno strumento di elegante evasione dalla realtà: si prende in considerazione uno spicchio di mondo, se ne mette in luce l’aspetto paradossale, grottesco, ridicolo. A quel punto lo scrittore assesta abilmente la battuta graffiante, enfatizza la contraddizione fra come stanno le cose e come dovrebbero essere nelle attese della ragione umana. E da qui nasce il divertimento, il sorriso, e perfino la risata grassa.
Ma in questo meccanismo si nasconde un problema irrisolto: rimane sempre una sottile amarezza di fondo, un’inquietudine che non si dissolve, e che si deposita, appiccicosa, dentro l’anima del lettore. Perché questo genere di umorismo – del quale è maestro, ad esempio, Luigi Pirandello – non ama la realtà. Non la abbraccia, ma al contrario la respinge. Ride del mondo e in qualche modo desidera allontanarsene, perché la fuga è l’unica speranza, l’unica possibilità che è data all’uomo per godere un quarto d’ora di tranquillità. Si ride per non pensare. O per non vedere come le cose stanno veramente. Perché il mondo è, semplicemente, insopportabile.
In Guareschi accade esattamente il contrario: il suo umorismo nasce da un movimento verso la realtà, che abbraccia il mondo e lo ama. E così, Giovannino rende poco alla volta, magicamente, più amabile la vita ordinaria anche agli occhi del lettore. È qui il capolavoro assoluto di Guareschi: riuscire a prendere in mano l’ordinario – che è invero spesso triste, anonimo, perfino assurdo- e restituircelo sotto una nuova luce, straordinaria. Guareschi realizza in letteratura quel “ritorno al reale” di cui parla il filosofo contadino Gustave Thibon.
(Alessandro Gnocchi – Mario Palmaro, Giovannino Guareschi. C’era una volta il padre di Don Camillo e Peppone, pp. 96-97)

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