La Traditio per padre Lanzetta

Come sempre, padre Serafino Lanzetta riesce a cogliere in poche parole il nocciolo delle questioni, come dimostra la sua definizione, semplice ma profonda, della Tradizione.

Padre_Lanzetta

Bisognerebbe tornare all’autentico concetto di Traditio, una parola, a dire il vero, oggi pregna di sospetto: presto è sfociata in “tradizionalismo” e quando la sia ascolta facilmente si è prevenuti ed agguerriti pensando a tentativi nostalgici di ritorno ad una Chiesa barocca. Invece, Traditio indica semplicemente il sussistere misterico e metastorico della Chiesa nel tempo guardando oltre il tempo, senza lasciarsi afferrare da nessuna stagione pur calata interamente in ognuna di esse. Traditio è conservare il mistero-Chiesa nonostante il suo passaggio tra i marosi e le consolazioni di Dio e con esso tutto ciò che le generazioni di fedeli che ci hanno preceduto hanno creduto e credendo l’hanno trasformato in preghiera. Se si evita questo concetto, giudicandolo dannoso, c’è il pericolo di fare una nuova Chiesa.
(Serafino M. Lanzetta, Iuxta modum. Il Vaticano II riletto alla luce della Tradizione della Chiesa, pp. 67-68)

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Il Vaticano II non mutò la dottrina de Ecclesia

Sentiamo spessissimo parlare della spaccatura che il Concilio Vaticano II avrebbe generato all’interno della storia della Chiesa, separando un prima oscurantista da un poi illuminato e moderno (sicuramente nel senso di adeguato al mondo corrente). Pur sapendo bene che questa ermeneutica è profondamente errata, ritengo utile leggere quanto diceva solo pochi anni fa la Congregazione per la Dottrina della Fede. Si noterà, in particolare, la fermezza con cui si proclama chiaramente di voler correggere gli errori, per evitare che venga corrotto il sano Magistero: «Huiusmodi argumenti structuralis complexitas et quidem multarum propositionum novitas inintermisse excitant theologica studia haud semper immunia a deviationibus dubia incitantibus, quae haec Congregatio diligenti perscrutavit cura. Quamobrem — clarescente sub lumine integrae ac universae doctrinae circa Ecclesiam — mens est huius Congregationis necte firmare germanam significationem nonnullarum sententiarum ecclesiologicarum Magisterii, ne sana theologica disputatio interdum erroribus – ambiguitatis causa – offendatur». (Acta Apostolicae Sedis 99 (2007) 604-605).

CONGREGATIO-PRO-DOCTRINA-FIDEI
1. Quaeritur: Utrum Concilium Oecumenicum Vaticanum II mutaverit praecedentem doctrinam de Ecclesia?

Respondetur: Noluit mutare, at evolvere, profundius intellegere et fecundius exponere voluit, nec eam mutavisse dicendum est.
Quod Ioannes XXIII incipiente Concilio dilucide affirmavit[n. 1: IOANNES XXIII, Allocutio 11. Oct. 1962: «… Concilium… integram, non imminutam, non detortam tradere vult doctrinam Catholicam… Verumtamen in praesenti o portet ut universa doctrina Christiana, nulla parte inde detracta, his temporibus nostris a b omnibus accipiatur novo studio, mentibus serenis atque pacatis… Oportet ut, quemadmodum cuncti sinceri rei christianae, catholicae, apostolicae fautores vehementer exoptant, eadem doctrina amplius et altius cognoscatur … Oportet ut haec doctrina certa et immutabilis, cui fidele obsequium est praestandum, ea ratione pervestigetur et exponatur, quam tempora postulant nostra. Est enim aliud ipsum depositum fidei, seu veritates, quae veneranda doctrina nostra continentur, aliud modus, quo eaedem enuntiantur, eodem tamen sensu eademque sententia»: AAS 54 [1962] 791; 792.]. Quod Paulus VI repetivit[n. 2: Cfr PAULUS VI, Allocutio 29. Sept. 1963: AAS 55 [1963] 847-852.] et in promulgatione Constitutionis Lumen gentium sic expressit: «Huius vero promulgationis potissimum commentarium illud esse videtur, quod per eam doctrina tradita nullo modo immutata est. Quod Christus voluit, id ipsum nosmetipsi volumus. Quod erat, permansit. Quae volventibus saeculis Ecclesia docuit, eadem et nos docemus. Tantummodo, id quod antea solum vitae actione continebatur, nunc aperta etiam doctrina exprimitur; quod usque adhuc considerationi, disputationi, atque ex parte etiam controversiis obnoxium erat, in certam doctrinae formulam nunc redactum est».[n. 3: Paulus VI, Allocutio 21. Nov. 1964: AAS 56 [1964] 1009-1010.] Eandem intentionem episcopi iterum iterumque manifestaverunt et consecuti sunt.[n. 4: Sacra Synodus exprimere voluit identitatem Ecclesiae Christi et Ecclesiae Catholicae. Quod invenitur in disceptationibus de Decreto Unitatis redintegratio. Schema Decreti in Aula die 23. Sept. 1964 Relatione propositum est. (Act Syn III/II 296-344). Modis ab Episcopis postea missis, Secretariatus pro Unitate Christianorum respondit die 10. Nov. 1 964 (Act Syn III/VII 11-49). Ex Expensione modorum quattuor textus de primo responso hic referuntur:
A) [In Nr. 1 (Prooemium) Schema Decreti: Act Syn III/II 296, 3-6] «Pag. 5, lin. 3-6: Videtur etiam Ecclesiam Catholicam inter illas Communiones comprehendi, quod falsum esset. R(espondetur): Hic tantum factum, prout ab omnibus conspicitur, describendum est. Postea clare affirmatur solam Ecclesiam catholicam esse veram Ecclesiam Christi» (Act Syn III/VII 12).
B) [In Caput I in genere: Act Syn III/II 297-301] «4 – Expressius dicatur unam solam esse veram Ecclesiam Christi; hanc esse Catholicam Apostolicam Romanam; omnes debere inquirere, ut eam cognoscant et ingrediantur ad salutem obtinendam… R(espondetur): In toto textu sufficienter effertur, quod postulatur. Ex altera parte non est tacendum etiam in aliis communitatibus christianis inveniri veritates revelatas et elementa ecclesialia» (Act Syn III/VII 15). Cf. etiam ibidem n. 5.
C) [In Caput I in genere: Act Syn III/II 296s] «5 – Clarius dicendum esset veram Ecclesiam esse solam Ecclesiam catholicam romanam… R(espondetur): Textus supponit doctrinam in constitutione “De Ecclesia” expositam, ut pag. 5, lin. 24-25 affirmatur» (Act Syn III/VII 15). Commissio quidem de emendationibus Decreti Unitatis redintegratio iudicans, dilucide exprimit identitatem Ecclesiae Christi et Ecclesiae Catholicae atque eius unicitatem, retinens huius doctrinae fundamentum in Constitutione Dogmatica Lumen gentium consistere.
D) [In Nr. 2 Schema Decreti: Act Syn III/II 297s] «Pag. 6, lin. 1-24: Clarius exprimatur unicitas Ecclesiae. Non sufficit inculcare, ut in textu fit, unitatem Ecclesiae. R(espondetur): a) Ex toto textu clare apparet identificatio Ecclesiae Christi cum Ecclesia catholica, quamvis, ut oportet, efferantur elementa ecclesialia aliarum communitatum».
Pag. 7, lin. 5: «Ecclesia a successoribus Apostolorum cum Petri successore capite gubernata (cf. novum textum ad pag. 6, lin. 33-34) explicite dicitur “unicus Dei grex” et lin. 13 “una et unica Dei Ecclesia”» (Act Syn III/VII).
Hae duae sententiae inveniuntur in Decreto Unitatis redintegratio 2.5 et 3.1.]
(Acta Apostolicae Sedis 99 (2007) 605-606)

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Il relativismo ostacola l’annuncio missionario della Chiesa

Volendo porre l’attenzione sull’importanza enorme della dichiarazione Dominus Iesus circa l’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa, un documento del 2000 scritto dalla Congregazione per la Dottrina della Fede e troppo spesso dimenticato o volutamente ignorato da larghissima parte del clero e dei fedeli, è utile preporre alcune osservazioni contenute nell’introduzione di questo prezioso contributo. Occorre infatti rendersi sempre conto di quanto il relativismo sia penetrato, ahinoi, anche all’interno della Chiesa Cattolica e ne minacci la stessa sopravvivenza, operando in contrasto alla missione divina affidatole da Cristo. Consapevoli tuttavia che nostro Signore non mancherà mai di assistere la sua Sposa, apriamo gli occhi, sveliamo il qualunquismo e il buonismo che inquinano la vera fede e impegniamoci per far conoscere più largamente possibile gli insegnamenti corretti del Magistero! Ammiriamo la chiarezza delle seguenti parole, che non temono di condannare gli errori tanto diffusi ai nostri tempi.


Il perenne annuncio missionario della Chiesa viene oggi messo in pericolo da teorie di tipo relativistico, che intendono giustificare il pluralismo religioso, non solo de facto ma anche de iure (o di principio). Di conseguenza, si ritengono superate verità come, ad esempio, il carattere definitivo e completo della rivelazione di Gesù Cristo, la natura della fede cristiana rispetto alla credenza nelle altre religioni, il carattere ispirato dei libri della Sacra Scrittura, l’unità personale tra il Verbo eterno e Gesù di Nazaret, l’unità dell’economia del Verbo incarnato e dello Spirito santo, l’unicità e l’universalità salvifica del mistero di Gesù Cristo, la mediazione salvifica universale della Chiesa, l’inseparabilità, pur nella distinzione, tra il regno di Dio, regno di Cristo e la Chiesa, la sussistenza nella Chiesa cattolica dell’unica Chiesa di Cristo.
Le radici di queste affermazioni sono da ricercarsi in alcuni presupposti, di natura sia filosofica, sia teologica, che ostacolano l’intelligenza e l’accoglienza della verità rivelata. Se ne possono segnalare alcuni: la convinzione della inafferrabilità e inesprimibilità della verità divina, nemmeno da parte della rivelazione cristiana; l’atteggiamento relativistico nei confronti della verità, per cui ciò che è vero per alcuni non lo sarebbe per altri; la contrapposizione radicale che si pone tra mentalità logica occidentale e mentalità simbolica orientale; il soggettivismo di chi, considerando la ragione come unica fonte di conoscenza, diventa «incapace di sollevare lo sguardo verso l’alto per osare di raggiungere la verità dell’essere»[Fides et ratio, 5]; la difficoltà a comprendere e ad accogliere la presenza di eventi definitivi ed escatologici nella storia; lo svuotamento metafisico dell’evento dell’incarnazione storica del Logos eterno, ridotto a mero apparire di Dio nella storia; l’eclettismo di chi, nella ricerca teologica, assume idee derivate da differenti contesti filosofici e religiosi, senza badare né alla loro coerenza e connessione sistematica, né alla loro compatibilità con la verità cristiana; la tendenza, infine, a leggere e interpretare la Sacra Scrittura fuori dalla Tradizione e dal Magistero della Chiesa.
In base a tali presupposti, che si presentano con sfumature diverse, talvolta come affermazioni e talvolta come ipotesi, vengono elaborate alcune proposte teologiche, in cui la rivelazione cristiana e il mistero di Gesù Cristo e della Chiesa perdono il loro carattere di verità assoluta e di universalità salvifica, o almeno si getta su di essi un’ombra di dubbio e di insicurezza.
(Dominus Iesus, 4)

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Il Credo di Abelardo

Abelardo è un personaggio famoso più per la sua tormentata vicenda amorosa con Eloisa che per la sua importanza all’interno del dibattito teologico del XII sec., peraltro di eccezionale portata specie nel dibattito – e nello scontro – con San Bernardo di Chiaravalle. Non è qui opportuno entrare nelle sottigliezze del loro contendere legato al dogma trinitario, laddove – in estrema sintesi semplificativa – Abelardo tendeva ad affermare l’insondabilità del divino e scivolava pericolosamente verso concezioni unitariste della Trinità, né esaminare i motivi per cui i concilio di Soissons (1121) e di Sens (1140) condannarono il teologo bretone, ma ritengo meriti attenzione la lettera, non priva di piglio polemico, che Abelardo scrisse a Eloisa – dopo la loro separazione e il relativo ritiro a vita monastica – riguardante i termini dogmatici della propria fede. Per comodità ne fornisco la traduzione italiana di N. Cappelletti Truci revisionata da Claudio Leonardi per la splendida raccolta Il Cristo. vol IV. Testi teologici e spirituali in lingua latina da Abelardo a San Bernardo.

Abelardo ed Eloisa miniaturaLettera XII a Eloisa
O sorella mia Eloisa, un tempo a me cara nel secolo, ora carissima in Cristo, odioso mi rese al mondo la logica. Dicono infatti alcuni perversi e pervertitori, la cui sapienza ha il solo scopo di portare a rovina gli altri, che io sono abilissimo nella logica, ma molto debole in san Paolo. E pur riconoscendoti l’acutezza dell’ingegno, ti tolgono la purezza della fede cristiana perché, almeno mi sembra, si lasciano indurre a giudicare più dalla propria opinione che dall’autorità dell’esperienza. Io non voglio essere tanto filosofo da ripudiare Paolo; non voglio immedesimarmi tanto in Aristotele da separarmi da Cristo, perché «non c’è, sotto il cielo, altro nome per il quale possa salvarmi». Adoro Cristo regnante alla destra del Padre. Stringo con le braccia della fede colui che, incarnato nella vergine per opera del Paracleto, opera divinamente cose gloriose. E perché tu tolga dal tuo semplice cuore ogni trepidante sollecitudine e ogni dubbio, sappi da me direttamente che ho fondato la mia coscienza su quella pietra sulla quale Cristo edificò la sua Chiesa. E quel che è scritto su questa pietra te lo dirò in breve.
Credo nel Padre, nel Figlio, nello Spirito santo, per sua natura unico e vero Dio; che nelle persone si testimonia come Trinità, in modo da mantenere sempre l’unità nella sostanza. Credo che il Figlio sia in tutto uguale al Padre, in eternità, in potenza, in volontà e in opere. Non voglio seguire Ario che, spinto da ingegno pervertito, o meglio sedotto da spirito demoniaco, ammette delle gradazioni nella Trinità, sostenendo il dogma secondo cui il Padre è maggiore e il Figlio minore, dimentico del precetto della Legge, che dice: «Tu non salirai per gradi al mio altare». E senza dubbio ascende per gradi all’altare di Dio chi pone nella Trinità un prima e un poi. Do testimonianza che anche lo Spirito santo è in tutto consustanziale e uguale al Padre e al Figlio, come colui che nei miei libri spesso ho indicato col nome di Bontà. Condanno Sabellio che, identificando il Padre e il Figlio nella stessa persona, ritenne che il Padre abbia sofferto la passione; onde i suoi seguaci sono detti «Patripassiani».
Credo anche che il Figlio di Dio si sia fatto figlio dell’uomo, e che la sua unica persona consista di due e in due nature. E che, dopo avere portato a termine il compito che si era assunto facendosi uomo, soffrì la passione, morì e risorse, salì in cielo e verrà a giudicare i vivi e i morti. Affermo anche che col battesimo vengono rimessi tutti i peccati, e che abbiamo bisogno della grazia sia per metterci sulla via del bene sia per portarlo a termine, e che con la penitenza ci rigeneriamo dai peccati. In quanto alla resurrezione della carne, non c’è neppure bisogno ch’io ne parli, perché sarebbe vano che mi gloriassi di essere cristiano se non credessi che un giorno risorgerò.
Questa è la fede in cui sono fermo, dalla quale ricavo la sicurezza della speranza. Ancorato a essa per la mia salvezza, non temo i latrati di Scilla, mi rido del gorgo di Cariddi, non pavento i canti ferali delle Sirene. Se il turbine irrompe non mi scuoto; se i venti soffiano non mi muovo; perché le mie fondamenta poggiano su una salda pietra.
(Abelardo, in Il Cristo. vol. IV cit., pp. 28-31)

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Guéranger: la prospettiva cristiana sulla storia

In molti si appassionano alla storia e amano speculare sul destino dei popoli, cercando di trarne una qualche indicazione di giudizio o di direzione del moto degli eventi. Tra i tanti che discettano così di “filosofia della storia”, sorprende l’esiguità, per non dire la quasi nullità, del numero di coloro che si ricordano quale sia e quale debba essere la prospettiva cristiana con cui osservare e ammirare la storia. Ritengo pertanto sommamente utile proporre queste pagine molto dense del grande Guéranger, dedicate alla presenza del soprannaturale nella storia, all’atteggiamento che il cristiano deve avere nel confrontarsi con gli avvenimenti di ogni tempo e a una disanima delle aporie di chi si allontana dalla prospettiva ermeneutica corretta, fornita unitamente dalla fede e garantita dal perdurare glorioso della Chiesa. Non si mancherà, inoltre, di notare la straordinaria fede dell’abate francese, incrollabilmente certo, oltre che della provvidenziale guida divina nella storia, anche della missione eterna e infallibile della Chiesa: quanto poco si trova oggi questa fiducia e questa consapevolezza, anche all’interno del clero!

Dom Gueranger

Come per il cristiano non esiste una filosofia a sé stante così non esiste per lui neppure una storia puramente umana. L’uomo è stato chiamato da Dio a un destino soprannaturale; questo è il suo fine; la storia dell’umanità deve offrirne testimonianza. Dio avrebbe potuto lasciare l’uomo allo stato naturale; nella sua bontà si è compiaciuto di destinarlo a un ordine superiore, rivelandosi a lui e chiamandolo alla visione finale e al possesso ultimo della sua essenza divina; la fisiologia e la psicologia naturali sono dunque impotenti a dar ragione del destino dell’uomo che può essere spiegato soltanto ricorrendo alla rivelazione; qualsiasi filosofia che, prescindendo dalla fede, pretenda di determinare il fine dell’uomo per mezzo della sola ragione, è per ciò stesso colpevole di eterodossia ed è riconosciuta tale. Dio solo, tramite la rivelazione, poteva insegnare all’uomo tutto ciò che egli è nel piano divino; questa è l’autentica chiave di lettura dell’uomo. Non vi è dubbio che la ragione possa, con le sue speculazioni, analizzare i fenomeni dello spirito, dell’anima e del corpo, ma, proprio in quanto è incapace di afferrare il fenomeno della grazia che trasforma lo spinto, l’anima e il corpo per unirli a Dio in maniera ineffabile, essa non è in grado di spiegare l’uomo nella sua essenza né quando la grazia santificante che è in lui ne fa un essere divino, né quando, per la mancanza di tale elemento soprannaturale cacciato dal peccato o non ancora penetrato in lui, l’uomo si trova ad essere degradato. Non esiste dunque, né può esistere, vera conoscenza dell’uomo al di fuori della rivelazione. La rivelazione soprannaturale non era di per sé necessaria: l’uomo non vi aveva alcun diritto; ma Dio l’ha data e promulgata; da allora la natura da sola non è più sufficiente a spiegare l’uomo. La presenza o l’assenza della grazia, la grazia stessa, occupano il primo posto nello studio antropologico. Non c’è in noi una sola facoltà che non rimandi al suo complemento divino; la grazia aspira a pervadere l’uomo nella sua interezza, a insediarsi in ogni sua parte, e affinché l’armonia del naturale e del soprannaturale in questa creatura privilegiata sia perfetta, l’Uomo-Dio ha istituito i sacramenti che si impossessano dell’uomo, lo elevano, lo divinizzano dalla nascita fino al momento in cui approda alla visione eterna del sommo bene che sia egli possedeva, ma che poteva percepire solo attraverso la fede.
Ma se è impossibile conoscere l’uomo nella sua totalità senza l’ausilio della luce rivelata, come è possibile supporre di spiegare la società umana in tutte le fasi che ne costituiscono la Storia senza far ricorso a questa stessa fiaccola divina che ci illumina sulla nostra natura e i nostri destini individuali? L’umanità avrebbe forse un fine diverso dall’uomo? L’umanità sarebbe qualcosa d’altro della somma degli uomini? No. Chiamando l’uomo all’unione divina, il Creatore vi convoca l’umanità. Ne saremo testimoni l’ultimo giorno quando milioni e milioni di individui glorificati formeranno alla destra del giudice sommo il popolo immenso “di cui sarà impossibile” dice San Giovanni “fare il censimento” (Apoc. VII, 9). Nell’attesa, l’umanità, intendo la storia, rappresenta il grande palcoscenico sul quale si dispiega nella sua interezza l’importanza dell’elemento soprannaturale, sia quando la docilità dei popoli alla fede consente a tale elemento di prevalere sulle tendenze basse e perverse presenti nelle nazioni come negli individui, sia quando esso si indebolisce e sembra sparire a causa del cattivo uso della liberà umana che porterebbe al suicidio degli imperi, se Dio non li avesse creati guaribili (Sapienza 1, 14).
La storia deve pertanto essere cristiana se vuole essere vera; perché il cristianesimo è la verità completa; qualsiasi sistema storico che prescinda dall’ordine soprannaturale nell’esposizione e nell’interpretazione dei fatti, è un falso sistema che non spiega nulla e che lascia la storia dell’umanità nel caos e nella contraddizione permanenti con tutte le idee che la ragione elabora circa i destini della nostra specie su questa terra. E perché hanno capito tutto questo che gli storici contemporanei, non appartenenti alla fede cristiana, si sono lasciati irretire da strane teorie nel formulare la cosiddetta filosofia della storia. Ai tempi del paganesimo non esisteva questo bisogno di generalizzazione. Gli storici gentili non hanno teorie globali sulla storia. L’idea di patria è tutto per loro e dal tono della narrazione non trapela mai il minimo affetto per il genere umano in sé. Del resto, è soltanto con il cristianesimo che la storia ha incominciato ad essere trattata in maniera sintetica; il cristianesimo, non dimenticando mai il destino soprannaturale del genere umano, ha abituato il nostro spirito a vedere al di là del cerchio angusto dell’egoismo nazionale. È in Gesù Cristo che si è rivelata la fratellanza umana, e da allora la storia universale è divenuta oggetto di studio. Il paganesimo ha saputo dare soltanto una fredda statistica di fatti; non è mai stato in grado di redigere in modo completo la storia del mondo. Non è stato sottolineato con sufficiente vigore che è stata la religione cristiana a creare la vera scienza storica, dandole la Bibbia per base. Nessuno può negare che oggi, nonostante i secoli trascorsi, malgrado le lacune, la nostra conoscenza dei popoli dell’antichità è più avanzata di quanto non fosse quella degli stessi storici antichi. Gli storici non cristiani del XVIII e del XIX secolo hanno attinto dal metodo cristiano il criterio di generalizzazione, ma l’hanno diretto contro il sistema ortodosso. Hanno capito ben presto che impadronendosi della storia e trasformandola secondo le loro idee davano un duro colpo al principio soprannaturale. Il loro successo è stato immenso; non tutti sono capaci di seguire e apprezzare un ragionamento sofisticato; ma tutti capiscono un fatto, una successione di fatti, soprattutto quando lo storico possiede quell’accento particolare che ogni generazione esige in coloro cui accorda il privilegio di affascinarla. Tre scuole hanno sfruttato, volta a volta, e anche simultaneamente, la storia. La scuola fatalista, che potremmo definire atea, che vede soltanto la necessità negli avvenimenti e mostra la specie umana alle prese con una concatenazione invincibile di cause brute cui seguono effetti inevitabili. La scuola umanitaria che si prosterna davanti all’idolo del genere umano, di cui proclama lo sviluppo progressivo mediante le rivoluzioni, le filosofie, le religioni. Questa scuola ammette l’intervento di Dio all’origine dell’umanità; ma Dio ha lasciato che l’umanità, una volta emancipata, percorresse il proprio cammino ed essa avanza sulla via di una perfezione indefinita, spogliandosi lungo il cammino di tutto ciò che potrebbe ostacolare la sua marcia libera e indipendente. Infine, abbiamo la scuola naturalista, la più pericolosa delle tre, perché ha la parvenza del cristianesimo in quanto proclama ad ogni pagina l’azione della Provvidenza divina. Questa scuola per principio prescinde costantemente dall’elemento soprannaturale; la rivelazione non esiste, il cristianesimo è un incidente felice e benefico nel quale si manifesta l’azione di cause provvidenziali; ma chissà che domani, fra un secolo o due, le risorse infinite di Dio nel governare il mondo non conducano ad una forma ancora più perfetta con l’aiuto della quale il genere umano si avvierà, sotto l’occhio di Dio, verso nuovi destini e la storia si illuminerà di una luce più viva?
Al di fuori di queste tre scuole esiste soltanto la scuola cristiana. Questa non cerca, non inventa, non esita. Il suo metodo è semplice: consiste nel giudicare l’umanità con lo stesso metro con cui giudica l’individuo. La sua filosofia della storia è la fede. Sa che il Figlio di Dio fatto uomo è il re di questo mondo, e che “gli è stato dato ogni potere in cielo e in terra” (Matteo XXVIII, 18). L’apparizione del Verbo incarnato sulla terra è il punto culminante della storia, che da questo evento viene divisa in due grandi epoche: prima di Gesù Cristo, dopo Gesù Cristo. Prima di Gesù Cristo, un’attesa di molti secoli; dopo Gesù Cristo, una durata il cui segreto è ignoto all’uomo, perché nessun uomo conosce l’ora della nascita dell’ultimo eletto; ed è per gli eletti, per i quali il Figlio di Dio si è incarnato, che il mondo è conservato. Con questo dato certo, di una certezza divina, la storia non ha più misteri per il cristiano.
Se egli volge lo sguardo al periodo antecedente l’Incarnazione del Verbo, tutto appare chiaro ai suoi occhi. Il movimento delle diverse razze, la successione degli imperi sono la preparazione per l’avvento dell’Uomo-Dio e dei suoi messaggeri; la depravazione, le tenebre, le inaudite calamità testimoniano il bisogno dell’uomo di vedere Colui che è nello stesso tempo Salvatore e Luce del mondo. Non che Dio abbia votato all’ignoranza e al castigo la prima epoca dell’umanità; al contrario, l’aiuto divino non è mancato e ad essa appartiene Abramo, il padre di tutti i futuri credenti; tuttavia la più grande profusione di grazia è opera delle mani divine di Colui senza il quale nessuno è potuto essere giusto prima della sua venuta e nessuno potrà esserlo dopo.
Egli giunge infine, e l’umanità, il cui progresso aveva subito un arresto, si lancia sulla via della luce e della vita; in questo secondo periodo in cui tutte le promesse sono adempiute, lo storico cristiano individua ancora meglio i destini della società umana. Gli insegnamenti dell’Uomo-Dio gli rivelano con sovrana chiarezza il criterio di interpretazione che deve usare per giudicare gli avvenimenti, la loro moralità e la loro portata. Il criterio è unico, che si tratti di un uomo o di un popolo. Tutto ciò che esprime, conserva o diffonde l’elemento soprannaturale, è socialmente utile e vantaggioso; tutto ciò che l’ostacola, lo indebolisce e lo annienta, è socialmente funesto. Per mezzo di questo procedimento infallibile, lo storico comprende il ruolo degli uomini di azione, gli avvenimenti, le crisi, le trasformazioni, le decadenze; sa in anticipo che Dio agisce nella sua bontà oppure tollera nella sua giustizia ma senza mai derogare al suo disegno eterno che è di glorificare il Figlio nell’umanità.
Ma ciò che rende la visione dello storico cristiano ancora più solida e serena è la certezza che gli dà la Chiesa, la quale ininterrottamente gli rischiara il cammino come un faro e illumina di divino i suoi giudizi. Egli sa quanto stretto sia il legame che unisce la Chiesa all’Uomo-Dio, quanto la Chiesa sia salvaguardata dalla promessa divina dalla possibilità di commettere qualsiasi errore nell’insegnamento e nella guida generale della società cristiana, e quanto profondamente lo Spirito Santo l’animi e la conduca; è dunque in essa che lo Storico cercherà il criterio dei propri giudizi. Le debolezze degli uomini di Chiesa, gli abusi temporanei, non lo stupiscono perché sa che il Padre della famiglia umana ha deciso di tollerare la zizzania nel suo campo fino alla mietitura. Se deve raccontare, sarà attento a non tralasciare tristi episodi che testimoniano le passioni dell’umanità e attestano allo stesso tempo la forza del braccio di Dio che ne sostiene l’opera; ma sa dove riconoscere la direzione, lo spirito della Chiesa, il suo istinto divino. Li riceve, li accetta, li confessa coraggiosamente; li applica nei suoi scritti. Parimenti non tradisce e non sacrifica; chiama buono ciò che la Chiesa giudica buono, cattivo ciò che la Chiesa giudica cattivo.
Che cosa gli importano i sarcasmi, i clamori dei vigliacchi dalle vedute meschine? Sa di essere nel vero perché è con la Chiesa e la Chiesa è con il Cristo. Altri si ostineranno a vedere soltanto il lato politico degli avvenimenti, ritorneranno al punto di vista pagano; egli resiste perché è sicuro in anticipo di non sbagliare. Se oggi le apparenze sembrano essere contro la sua visione, sa che domani i fatti, la cui portata non è ancora del tutto manifesta, daranno ragione alla Chiesa e a lui. È un ruolo umile, lo ammetto; ma vorrei sapere quali garanzie paragonabili a queste possano invocare lo storico fatalista, lo storico umanitario e lo storico naturalista. Essi propongono la loro concezione individuale; ognuno ha il diritto di rifiutarla. Per demolire lo storico cristiano è necessario in primo luogo demolire la Chiesa su cui egli poggia. È vero che da diciannove secoli tiranni e filosofi sono all’opera, ma le sue mura sono così solidamente costruite che sino ad ora non hanno potuto staccarne una sola pietra.
(Prosper Guéranger, Il senso cristiano della storia, Il soprannaturale nella storia)

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Il Cristo, don Camillo e il progresso

A volte può più una pagina di quel genio di Guareschi di dieci trattati di teologia e di apologetica. Ne è un esempio questo paginetta tratta da Mondo Piccolo, sulla piccolezza degli uomini, sull’illusorietà del progresso, sulla vacuità della fredda cultura e sulla profonda fiducia salvifica della fede.

Don Camillo e il Cristo

«Non ti crucciare, don Camillo» sussurrò il Cristo. «Lo so che il vedere uomini che lasciano deperire la grazia di Dio è per te peccato mortale perché sai che io sono sceso da cavallo per raccogliere una briciola di pane. Ma bisogna perdonarli perché non lo fanno per offendere Dio. Essi cercano affannosamente la giustizia in terra perché non hanno più fede nella giustizia divina, e ricercano affannosamente i beni della terra perché non hanno fede nella ricompensa divina. E perciò credono soltanto a quello che si tocca e si vede, e le macchine volanti sono per essi gli angeli infernali di questo inferno terrestre che essi tentano invano di far diventare un Paradiso. È la troppa cultura che porta alla ignoranza, perché se la cultura non è sorretta dalla fede, a un certo punto l’uomo vede soltanto la matematica delle cose. E l’armonia di questa matematica diventa il suo Dio, e dimentica che è Dio che ha creato questa matematica e questa armonia. Ma il tuo Dio non è fatto di numeri, don Camillo, e nel cielo del tuo Paradiso volano gli angeli del bene. Il progresso fa diventare sempre più piccolo il mondo per gli uomini: un giorno, quando le macchine correranno a cento miglia al minuto, il mondo sembrerà agli uomini microscopico, e allora l’uomo si troverà come un passero sul pomolo di un altissimo pennone e si affaccerà sull’infinito, e nell’infinito ritroverà Dio e la fede nella vera vita. E odierà le macchine che hanno ridotto il mondo a una manciata di numeri e le distruggerà con le sue stesse mani. Ma ci vorrà del tempo ancora, don Camillo. Quindi rassicurati: la tua bicicletta e il tuo motorino non corrono per ora nessun pericolo.»
(Giovannino Guareschi, Mondo piccolo. Don Camillo, Filosofia campestre, pp. 204-205)

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Voglio la mamma!

Quello di Mario Adinolfi è un libretto che ormai è diventato famoso, grazie soprattutto agli attacchi feroci e violenti di cui è stato bersaglio, il libro e – soprattutto – il suo voluminoso autore. Basterebbe questo per sancire il successo di Voglio la mamma. Da sinistra, contro i falsi miti di progresso: aver suscitato polemiche, anche all’interno della sinistra, da troppo tempo fossilizzata su un’idea vacua e disumana di progresso. Adinolfi e i circoli VLM che sono rapidamente sbocciati offrono una testimonianza di realismo e di razionalità nell’affrontare in un modo totalmente “laico” – nel senso proprio e neutro della parola – le varie questioni di etica familiare, sessuale e sociale diventate oggi quasi tabù, soprattutto se non ci si allinea alle posizioni superficiali e innaturali tanto in voga.

Merita pertanto attenzione il manifesto di sintesi dello scritto di Adinolfi, nonostante non corrisponda perfettamente alla sensibilità di chi scrive e risulti per certi aspetti comunque troppo “liberal”, almeno per noi vecchi bigotti (p.es. non si vuole trattare della natura peccaminosa dell’omosessualità, non essendo questo il tema trattato).

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Cap. 14. I 20 punti
Giunti verso la fine di questa strada compiuta assieme, credo sia necessario racchiudere quel che si è provato a dire in venti punti che rappresentano principi irrinunciabili che ritengo non solo non debbano essere negoziabili, ma necessitino un’attività di proselitismo per ricondurre il dibattito intellettuale e politico sui temi tabù che abbiamo affrontato dentro i confini di una razionalità condivisa, lontana dall’impazzimento modaiolo che sembra avere la meglio in questa fase.
1. Non esiste l’individuo, esiste la persona, dunque l’individuo in relazione con gli altri individui. La relazione primigenia, archetipica e intangibile, è quella tra madre e figlio. Negarla è negare la radice dell’essere umano.
2. La libertà individuale è un totem che non necessità di tutele e non genera diritti. Al contrario, la libertà personale, dunque la libertà degli individui in relazione con gli altri, è preziosa e va ampliata senza che nuovi diritti ledano però l’essere umano in radice.
3. La libertà personale da tutelare in via prioritaria è quella dei soggetti più deboli: bambini, malati, anziani.
4. Il primo diritto è il diritto a vivere.
5. Non esiste un diritto all’aborto, esiste un diritto alla nascita. L’aborto è sempre una tragedia e un fallimento, come tale va trattato e con ogni sforzo possibile evitato.
6. I diritti prioritari da tutelare sono quelli della libertà personale, dunque relazionale, per eccellenza: i diritti della famiglia.
7. Non esistono le famiglie, esiste la famiglia: cellula base del tessuto sociale, composta da un nucleo affettivo stabile aperto in potenza alla procreazione. In natura la procreazione avviene con l’unione di un uomo e di una donna. È questa la base di un nucleo familiare propriamente detto.
8. L’omosessualità è una tendenza sessuale ovviamente legittima, i cui legami affettivi stabili possono essere tutelati da istituti giuridici, ma nettamente distinti dal matrimonio.
9. La rottura della sacralità e dell’unicità dell’istituto matrimoniale come unione di un uomo e di una donna, porta inevitabilmente e logicamente alla estensione dell’istituto stesso ad ogni forma di legame affettivo stabile. La legittimazione di poligamia, poliandria, unioni a sette, otto, dieci o venti persone, sarebbe dietro l’angolo con conseguenze letali per il tessuto sociale e la stabilità finanziaria degli Stati.
10. Non esiste l’omogenitorialità. Non esiste la genitorialità. Esistono la maternità e la paternità.
11. Negare a un bambino il diritto ad avere una madre e un padre, sostituendoli con il “genitore 1” e “genitore 2”, è una forma estrema di violenza su un soggetto debole.
12. La sfera sessuale di un minore è intangibile e sono intollerabili le norme che prevedono la non procedibilità d’ufficio contro le persone che hanno rapporto sessuali con bambini di dieci anni e assumono per libero il consenso all’atto sessuale di ragazzini di quattordici anni.
13. Il turismo sessuale degli occidentali avente per oggetto in particolare le minorenni e i minorenni asiatici, è una violenza orrenda che merita il peggiore stigma sociale.
14. La variazione dell’identità sessuale di una persona dovrebbe essere prevista in casi del tutto eccezionali. Il mercimonio del corpo di una persona spesso in una finta fase di transizione da un’identità sessuale all’altra, grazie alla quale si ottiene maggiore attenzione e successo nel mercato della prostituzione, è un’attitudine che va combattuta.
15. La compravendita del corpo femminile, nella forma estrema della compravendita della maternità e dell’orrendo “affitto” dell’utero, che fa leva sullo stato di bisogno della donna per toglierle anche l’elemento più intimo della propria identità sessuale, va vietato da ogni normativa.
16. Tra due gay ricchi che fanno strappare dal seno della madre il neonato appena partorito per far finta di essere madre e padre, e il neonato così platealmente violato fin dai suoi primi istanti di vita, chiunque non abbia un bidet al posto del cuore sta col neonato. E con sua madre.
17. L’eutanasia infantile è una procedura nazista e il protocollo di Groningen è un documento fondativo di una nuova pericolosa eugenetica discriminatoria e razzista.
18. Le diagnosi prenatali hanno fatto crollare nei paesi Occidentali le nascite di albini, affetti da sindrome di Down e da altre alterazioni cromosomiche. È intollerabile questa strage di persone affette da minime disabilità.
19. La morte non è mai “dolce”. L’instaurazione di norme prevedano l’eliminazione delle persone in condizione di difficoltà grave fisica o psichica, secondo il labile e mutevole principio che la loro sarebbe una “vita non degna di essere vissuta”, apre la strada all’inferno.
20. Al centro della difesa della vita e della persona c’è la donna. Il futuro della razza umana ha le forme di una madre. Così è, così è sempre stato, così sempre sarà.
(Mario Adinolfi, Voglio la mamma, pp. 103-108)

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Invito a San Vincenzo de’ Paoli

Tra le tante figure di Santi che meriterebbero maggior attenzione c’è sicuramente Vincenzo de’ Paoli, studiato attentamente e imitato da una schiera di seguaci ma del quale raramente si sente parlare oggigiorno, se non relativamente al solo ambito dell’assistenzialismo. Con la speranza di fornire un utile spunto, riporto le belle parole del cardinale Franc Rodé che invitano ad accostarsi a questa santa figura:

Come può un personaggio del ‘600, sia pure un santo, interessare l’uomo contemporaneo, così proteso al futuro da scivolare sul presente con distrazione e superficialità? Come può entrare in relazione con lui e magari pretendere di insegnargli a vivere oggi, indicandogli la strada più umana e persuasiva per rispondere alla sua tremenda sete di senso e di felicità?
Nello sguardo benevolo, penetrante e volitivo di Vincenzo de’ Paoli c’è questa pretesa. Egli continua a volere la felicità di ogni uomo e si muove, da maestro e testimone, per questo unico scopo.
Chi lo incontra, oggi, ed entra in comunione con lui scopre di essere stato raggiunto da una persona amica, che sa guardare ogni uomo – compreso l’errante o il lontano – da apostolo, facendogli credito di quell’anticipo di benevolenza e simpatia incluse in ogni relazione umana che voglia essere vera e duratura.
Vincenzo de’ Paoli si presenta da sé e si mostra come l’amico dello Sposo, l’amico di Cristo; colui che nel Vangelo indica a dito Gesù Cristo, il vero e unico amico che conosce la sete del cuore di ogni uomo e si pone come l’unica sorgente capace di dissetare.
[…] egli, il santo guascone, è l’amico dello Sposo che vuole incontrare ogni uomo nel suo bisogno materiale e spirituale per mostragli il volto di Cristo, presente qui e ora. Sì, è la contemporaneità di Cristo […] che rende interessante Vincenzo de’ Paoli oggi, non solo per i suoi figli o discepoli e nemmeno soltanto per coloro che sono impegnati in ogni forma di carità organizzata o volontariato. Vincenzo de’ Paoli è un mistico che ha posato il capo sul cuore di Cristo, come Giovanni, e come l’apostolo non sa parlare d’altro che dell’amore, non sa fare altro che le opere dell’amore; non sa insegnare altro che l’amore fino a indicare una condizione permanente di amore: lo «stato di carità».
Chi incontra realmente Vincenzo de’ Paoli non può non incontrare Cristo e non può non mettere a nudo i suoi desideri esistenziali di senso, di gusto, di gioia, di amore.
La pienezza della risposta presente nell’amore di Cristo dispiega la verità della domanda umana. Vincenzo de’ Paoli è un grande esperto in umanità, reso tale dalla carità di Cristo ricevuta e restituita nelle opere dell’amore.
[…] Guardando sempre l’uomo da apostolo, Vincenzo de’ Paoli ha saputo affrontare in modo corretto il rapporto con i giansenisti o i protestanti di allora, così da condannare sempre e senza mezzi termini l’errore, ma risparmiare l’errante, considerato come figlio che ha lasciato la casa paterna. Il suo apporto all’ecumenismo, diremmo noi oggi, è stato fondamentale.
Questo amico dello Sposo ha saputo indicare anche alla donna il suo compito nella Chiesa e nella società, valorizzando le energie tipiche e originali della donna di ogni tempo, senza contrapporla banalmente e biecamente all’uomo in cerca di una confusa parità, annullando le diversità proprie, come vorrebbe ciecamente certa cultura moderna in cerca di una non ben definita promozione femminile.
(Franc cardinale Rodé, 27 dicembre 2006, Prefazione a Giovanni Burdese, La carità sempre possibile. Alla scuola di Vincenzo de’ Paoli, ieri e oggi)

Chi fosse interessato ad approfondire la figura ricchissima di San Vincenzo può iniziare dal già citato agile e snello contributo di padre Giovanni Burdese, che presenta sinteticamente i punti fondamentali della spiritualità vincenziana e così conclude:

L’adesione di san Vincenzo allo Spirito risulta per noi un modello alto, ma ripercorribile, di interpretazione dell’esistenza cristiana, come sequela-contemporaneità possibile nello stesso Spirito: possibile dunque a ogni battezzato. La religione verso il Padre, la dedizione amorevole e senza risparmio all’uomo, l’amore affettivo ed effettivo sono valori imprescindibili per chiunque voglia essere cristiano e vivere come tale, declinando – anche nel sociale – la carità.
(Giovanni Burdese, La carità sempre possibile. Alla scuola di Vincenzo de’ Paoli, ieri e oggi, p. 76)

San Vincenzo de' Paoli

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